Alessandro Magno in India PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

La campagna indiana di Alessandro rimase un semplice episodio nella storia del Paese, ma le conseguenze indirette di tale impresa furono di grande importanza culturale.

Alessandro Magno in India

Alessandro attraversò le montagne dello Hindukush, nell'odierno Afghanistan orientale, nel mese di Maggio del 327 a.C. e per più di un anno combattè contro varie tribù nell'attuale Pakistan settentrionale, prima di riuscire ad attraversare il fiume Indo nel Febbraio del 326 a.C.

Il re di Taxila accettò la sua sovranità senza combattere, offrendo ad Alessandro in segno di sottomissione grandi tributi e un esercito di 5.000 ausiliari, affinchè potesse meglio combattere il confinante re Poro, il quale combattè invece contro Alessandro alla testa di una potente armata, dotata di circa 2.000 elefanti da guerra, ma venendo comunque sconfitto; una volta vinto, Alessandro lo rinsediò poi sul suo trono facendone un suo alleato, ma in seguito la violenza del monsone caratterizzò la sua marcia verso Est fino a che, giunto al fiume Beas, per la prima volta in otto anni di conquiste il suo esercito si rifiutò di proseguire. Il condottiero credeva di poter raggiungere presto i confini del mondo, ma i suoi soldati, intimoriti dall'incessante serie di re con elefanti da guerra che si frapponevano tra loro e l'imperscrutabile meta e in condizioni climatiche estreme, si opposero comunque a quell'ennesima impresa ribellandosi.

Alessandro ripiegò allora verso Sud, seguendo il corso del fiume Indo, scontrandosi con numerose tribù dei luoghi e quasi perdendo la vita in battaglia, piegando allora verso Ovest, attraversando con parte della sua armata la zona desertica della Gedrosia, attuale Beluchistan, ma pochissimi fra i suoi uomini, molti dei quali già malati o feriti, riuscirono a sopravvivere alle terribili condizioni climatiche e naturali di quel territorio. Nel Maggio del 324 a.C., tre anni dopo il suo ingresso in India, Alessandro faceva ritorno a Susa, in Persia, morendo l'anno sucessivo a Babilonia, probabilmente avvelenato.

La sua prematura morte e la divisione del suo impero fra i Diadochi, che combatterono una guerra di sucessione per la supremazia sui territori conquistati, posero fine all'originario piano di integrazione di almeno una parte dell'India nell'impero ellenistico sognato da Alessandro: già nel 317 a.C. gli avamposti periferici greci in India, rimasti isolati, erano stati infatti abbandonati. Nel 305 a.C. Seleuco Nicatore, che si era distinto come governatore della parte orientale del vasto dominio di Alessandro, tentò di reclamare l'eredità del defunto imperatore in India, ma Chandragupta Maurya fermò in Punjab la sua avanzata verso Oriente. Nel trattato di pace che ne seguì, Seleuco cedette a Chandragupta tutti i territori a Est degli attuali Kabul e Beluchistan. Circa un secolo più tardi, un altro sovrano indo-greco della stessa dinastia di Seleuco, Antioco III, tento di rivendicare l'eredità orientale di Alessandro, ma fu ugualmente respinto durante il tentativo di conquistare le pianure indiane.

I resoconti dei compagni di Alessandro e dei primi ambasciatori greci alla corte dei Maurya furono le principali fonti della conoscenza occidentale sull'India fino al medioevo, mentre gli Stati ellenistici che sorsero più tardi lungo la frontiera nordoccidentale dell'India, nell'odierno Afghanistan, ebbero una notevole influenza sullo sviluppo dell'arte indiana e sull'evoluzione locale di scienze come l'astronomia e la matematica; i rapporti dell'ambasciatore di Seleuco, Megastene, i cui scritti originali andarono perduti ma dei quali molti autori classici come Arriano e Strabone riportarono in seguito ampi passi, furono assai preziosi per l'ampliamento delle conoscenze sull'India in Europa.

Con l'espressione Indo-Greci si denominano oggi circa 40 tra re e governatori che controllarono vaste aree dell'India nordoccidentale e dell'Afghanistan, anche se la loro storia, particolarmente durante il I secolo a.C., non è ben documentata: di alcuni conosciamo infatti soltanto i nomi, grazie al rinvenimento di monete, poichè anche i più modesti tra loro ne coniarono di splendide, con la loro effige su di un lato, secondo l'uso greco, mentre l'altro presentava spesso immagini fortemente sincretiche, oltre ad apparire sporadicamente nella letteratura indiana dell'epoca col nome collettivo di Yavana, gli Ioni, ossia i Greci, appunto.

In quei lontani avamposti, i rappresentanti della politica ellenica sopravvissero per più di un secolo alla sconfitta dei loro compatrioti occidentali, avvenuta poi per mano dei Parti, e il più insigne tra loro fu certamente Menandro, citato nei testi buddhisti col nome di Milinda. La datazione del suo regno è dubbia, ma si colloca approssimativamente intorno alla metà del II secolo a.C., così come non è certo se Menandro effettivamente si convertì, ma è certo che perlomeno nutrì per il Buddhismo un profondo interesse. L'eredità più importante degli indo-greci fu però sicuramente l'arte del Gandhara, stile che incarnò una sintesi di caratteristiche greche, romane e asiatiche e che si riflesse nell'immagine del Buddha, che dall'Hindustan viaggiò e si affermò poi in tutte le altre regioni dell'Asia raggiunte dai missionari della dottrina.

Ancora oggi il nome Iskander, o Sikander, Alessandro, é molto diffuso e apprezzato, in un'area da oltre un millennio a schiacciante maggioranza musulmana, ma dove la memoria del leggendario condottiero giunto dai confini del mondo non è mai andata perduta. 


 

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