Gli stadi della vita PDF Stampa E-mail
Le religioni e i riti - Le idee

Secondo la dottrina detta degli Ashrama, la vita di un indù si svolge in quattro stadi successivi, nei quali egli acquista progressivamente la consapevolezza del suo fine ultimo e si adopera per conseguirlo.

Mundan, la cerimonia della prima rasatura della testa per i bimbi brahmaniLa parola Ashrama deriva dalla radice sanscrita shram, che significa sforzarsi, impegnarsi.

Da ciò derivano una serie di norme, ashrama-dharma, che se pur in origine applicate solo ai brahmani maschi, vennero poi estese anche agli Kshatriya e ai Vaisya e che illustrano in dettaglio il comportamento ideale da seguire in ciascuno dei quattro stadi. Si tratta di norme che oggi trovano un'applicazione sempre più rara, ma che nell'antichità regolavano ogni aspetto della vita dei maschi delle tre caste superiori.

Gli stadi, minuziosamente codificati, dunque sono quattro:

  • Brahmacharia    l'apprendistato
  • Garhasthya        la sovranità
  • Vanaprastha      l'eremitaggio
  • Samnyasa          l'abbandono

 

Brahmacharia

Durante questo primo stadio il ragazzo viveva come studente religioso, Brahmacharin, nella casa di un maestro, dalla cui viva voce apprendeva i testi sacri, imparando nel medesimo tempo l'obbedienza, il rispetto e il controllo di emozioni e sentimenti, praticando una strettissima castità. Particolari restrizioni, specialmente riguardo al giaciglio e al cibo, caratterizzavano gli inizi dell'apprendistato religioso, durante il quale il ragazzo doveva elemosinare cibo per conto del maestro. Nell'antichità e ancora in ambiente ortodosso, questo primo stadio veniva accompagnato da una complessa serie di riti di iniziazione, Upanayama, che riguardavano la purificazione rituale del ragazzo, la rasatura della testa, l'accettazione di vesti e del sacro cordone da parte del maestro. L'età dell'iniziazione variava a seconda della casta; quella dei ragazzi brahmani era compresa tra i 5 e gli 8 anni e durava circa 12 anni.

Garhashtya

Un secondo rito di passaggio, il matrimonio, determinava l'ingresso nel secondo stadio della vita. Il ragazzo faceva ritorno in seno alla famiglia per prepararsi al matrimonio e per condurre quindi la vita di colui che sta in casa, Grhastha, cioè di marito e padre. La figura del grhastha era, e in qualche misura lo è ancora in ambiente tradizionale, la replica, all'interno della sua famiglia della figura del sovrano sul piano dello Stato; e come il sovrano era il garante del rispetto del Dharma nel suo regno, così il capofamiglia era colui che, pagando con una serie di doveri religiosi i propri debiti nei confronti degli antenati, degli dei, dei veggenti antichi, diventava il garante di quell'equilibrio fra umano e divino su cui si fonda la società indiana.

Vanaprastha  

Dopo aver visto le proprie rughe e la propria canizie e dopo aver conosciuto i figli dei propri figli, cominciando a percepire la vanità dei beni terreni, l'uomo si ritirava, da solo o con la moglie, ai margini del villaggio o in qualche eremitaggio della foresta, Vana, diventando così un Vanaprastha, uno che dimora nelle selve, dedito alla nonviolenza, alla meditazione e alla ricerca interiore, con lo scopo di realizzare un progressivo distacco dai beni di questa vita. Durante la sua vita eremitica l'uomo conservava delle incombenze rituali, ma doveva nel medesimo tempo assumere comportamenti ascetici, come indossare una pelle di daino o un abito fatto di corteccia, lasciarsi crescere barba, capelli e unghie, imparare a nutrirsi di prodotti spontaneamente offerti dalla natura e cominciare ad abituare il corpo a mortificazioni, privazioni e digiuni. Il suo principale dovere consisteva però nella meditazione dei testi vedici e nel perfetto raccoglimento conseguibile con gli esercizi dello yoga.

Samnyasa

L'uomo si preparava così al quarto ed ultimo stadio della sua esistenza, quello del Samnyasin, in completa rinuncia, che egli trascorreva in solitudine come asceta errante, privo di ogni possesso, nutrendosi solo di ciò che gli veniva spontaneamente offerto, con la mente tutta intenta al suo solo fine ultraterreno. Prima di entrare in questo stadio di vita totalmente proteso al conseguimento della liberazione, Moksha, al quale si poteva accedere anche direttamente da quello di capofamiglia, il pio indù doveva compiere il rito conosciuto come Sacrificio di Prajapati, durante il quale doveva offrire tutto ciò che possedeva ai brahmani e ai poveri, trasferendo metaforicamente dentro di sè il fuoco sacrificale. Doveva poi tagliarsi le unghie e radersi i capelli e la barba e uscire per vivere per sempre senza casa. Da quel momento non aveva più un focolare, nè una moglie, nè figli, nè altro possesso terreno; doveva vivere in solitudine, senza legami, continuamente in cammino. Doveva mendicare solo una volta al giorno e mai cucinarsi cibo alcuno, sopportare ogni ingiuria, indifferente a gioia e dolore, consapevole del perenne trasmigrare delle creature tormentate dalla separazione dalle persone care e dall'unione con persone non care, doveva cercare di conseguire uno stadio di perfetto raccoglimento, osservando nella meditazione profonda il mistero del Samsara, la trasmigrazione delle anime, e disponendosi ad abbandonare quella dimora temporanea che è il corpo mortale.

 

Fonte: Storia delle religioni, ed. Laterza.

 

 
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