Jahangir e Mehrunnisa PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

L'intemperante imperatore moghul Jahangir, amante del bello e della cultura, venne stregato dalla sua ultima e ventesima moglie: la persiana Mehrunnisa, soprannominata NurJahan, Luce dell'Universo.

JahangirIl 24 ottobre del 1605, dopo una settimana di lutto per la morte del padre Akbar, il principe Salim salì al trono dell'impero moghul e cominciò lo stesso giorno a tenere un diario. "Dal mondo ultraterreno mi venne allora l'ispirazione che fosse compito dei re avere il controllo del mondo e dunque mi chiamai Jahangir, Conquistatore del Mondo. Come titolo onorifico scelsi Nureddin, Luce del Sole, perchè proprio mentre splendeva il sole salii al trono, ma soprattutto perchè un'antica profezia diceva che dopo Akbar sarebbe venuto un sovrano con quel nome", vi annotò il novello imperatore. E' però significativo che in quello stesso diario si parli poco di politica e d'altronde l'imperatore ammette senza reticenza i suoi limiti: se ne interessa poco, soltanto di riflesso, e con mano felice si dedicò quindi a individuare e scegliere piuttosto le persone più abili nell'amministrazione dell'impero affinchè se ne occupassero al suo posto, per non dover portare lui un simile peso.

E almeno in ciò fu effettivamente abile, o quantomeno fortunato, tanto che più della metà delle annotazioni che affida in seguito ai suoi diari sarà dedicata ai suoi hobby. Fu appassionato osservatore della natura, delle scienze, di tutto ciò che era esotico e raro, munifico patrocinatore delle arti e particolarmente di quella delle miniatureche sotto il suo regno raggiunsero infatti in India la loro massima fioritura. Il quadro roseo è però adombrato da una vena di decadente e capricciosa crudeltà e dall'imprevedibilità caratteriale che lo rese a volte esageratamente spietato. Ma il motivo soggiacente è chiaro: Jahangir fu tutta la vita irrimediabilmente intemperante: già a 17 anni inaugurò la sua poi sempre crescente dipendenza dall'alcol, alla quale presto si affiancò anche quella dall'oppio. Sulla prima moneta che fece coniare, si fece rappresentare con in mano un bicchiere di arrak, acquavite.

Primo ministro del suo impero fu un avventuriero centroasiatico, Ghiyas Beg, che era giunto in India durante il regno di Akbar e che al momento della consueta lotta per la successione tra fratelli si era schierato in favore di Jahangir, il quale lo ricompensò col titolo di I'timad-ud-Daulah, Pilastro dello Stato. Instancabile, col tempo il Persiano andò acquisendo maggiori competenze di governo, finchè effettivamente l'amministrazione dell'impero non dipese interamente da lui. Ma il successo più vistoso glielo regalò sua figlia Mehrunnisa, già sposata con Sher Afghan, ufficiale dell'esercito moghul in servizio in Bengala, il quale ebbe però la brillante idea di morire nel 1607 lasciandola vedova e disponibile, non essendo nel mondo musulmano, come noto, la vedovanza femminile condizione in alcun modo restrittiva sin dai tempi del Profeta stesso, al contrario di quello che accade invece nel mondo hindu. Attorno al mese di Marzo, in occasione di Nawruz, il capodanno persiano, aveva luogo abitualmente a corte una sorta di carnevale, il meena bazaar, una stravaganza inaugurata dall'eccentrico imperatore Humayun, padre di Akbar il Grande, "Per offrire alle nobili dame dell'impero l'occasione edificante di giocare una volta all'anno al mercato, con alterchi, strilli, lazzi e contrattazioni, mentre Sua Altezza faceva la parte del compratore". Tra le regali bancarelle, dove si vendevano marcanzie quali frutta e verdure riprodotte in argento e altri analoghi ninnoli tempestati di pietre preziose, potevano aggirarsi oltre all'imperatore anche alcuni eletti esponenti della nobiltà con le loro famiglie. Nell'edizione del 1611, la vedova Mehrunnisa prese parte al gioco per la prima volta, in qualità di pescivendola addetta alla vendita di pesciolini d'oro massiccio tempestati di gemme. Fu lì che incontrò il sovrano e apparentemente fu amore a prima vista: si racconta che Jahangir, incantato dalla sagacia con cui la donna imboniva i clienti e apostrofava la concorrenza, le avesse comprato la mercanzia offerta in blocco prima di togliere - col diritto del sovrano - il velo alla bella. E quello che vide dovette impressionarlo parecchio: a Maggio si celebrarono le nozze e da allora "Non ebbe più occhi per altra donna nè uomo", narrano le cronache.

NurjahanFosse vero soltanto la metà di ciò che di lei si tramanda, sarebbe già sufficiente a presentarcela come una donna eccezionale. Aveva trascorso i suoi giorni nell'harem prima di essere notata dall'imperatore progettando abiti, ornamenti e tappeti, in uno stile che divenne lo stile moghul ufficiale, destinato a restare di moda per tutto il secolo. Aveva anche imparato a scrivere versi, e i componimenti poetici giunti fino a noi a suo nome sono effettivamente di valore, pur considerando che gli specialisti di corte li avranno certamente riveduti e corretti. Ma ancor più curioso per una dama, NurJahan, Luce dell'Universo, come prese a chiamarla il marito, adorava persino accompagnarlo nelle battute di caccia, affiancandolo con mira implacabile: si narra che in un'occasione fosse riuscita ad abbattere 4 tigri con soli 6 colpi di fucile.

La sua bellezza fece scrivere odi innumerevoli e le successive generazioni moghul se ne tramandarono i ritratti: occhi grandissimi, sopracciglia fortemente arcuate, fronte relativamente bassa, grandi orecchie e seno a vista sotto il velo trasparente del corpetto, secondo l'uso. Ma naturalmente si tratta solo di idealizzazioni su descrizione, poichè nessun mortale maschio, oltre a suo padre e a suo marito, potè mai posare lo sguardo sul corpo dell'onnipotente dama, tanto meno i pittori di corte. Ma ad affascinare il sovrano non dev'essere stata tanto la sua bellezza: convolarono a nozze che lei aveva comunque già 34 anni, all'epoca quasi una veneranda età, per una donna, quanto il suo temperamento, lo spirito, la versatilità con cui in poco tempo non solo si impratichì degli interessi del consorte, mostrandosi assai dotata in ogni campo, ma anche sostituendosi a lui nei residui compiti politici, "Liberandolo da quei pesanti oneri" che tanto lo annoiavano. NurJahan ebbe anche cura di dividere quegli oneri col maggior numero possibile di membri della sua famiglia, e di scegliere per tempo e oculatamente il suo protetto tra i principi reali: Khurram, che già nel 1608 aveva ricevuto dal padre il diritto di risiedere in una tenda rossa, simbolo della condizione di successore al trono, al quale effettivamente poi ascenderà col nome di Shah Jahan. Non a caso il principe sposò poi la nipote di NurJahan, figlia di suo fratello, divenuto vice primo ministro e dunque braccio destro del loro stesso onnipotente padre, I'timad-ud-Daulah. La ragazza, Arjumand Banu Begum, era destinata all'immortalità col nome di Mumtaz Mahal, Gioiello del Palazzo, alla cui morte il marito farà costruire il Taj Mahal.

Mausoleo di Itimād-ud-Daulah, AgraPietra miliare per le costruzioni del genere fu il mausoleo che la sovrana stessa progettò alla morte del padre, che morì ad Agra nel 1622. Si trova sulle rive del fiume Yamuna ed è un autentico gioiello architettonico. Poco è rimasto invece delle numerose residenze di campagna fatte costruire da NurJahan per il consorte, che apparentemente costellavano l'intero regno. Più di ogni residenza, però, la coppia imperiale amò i giardini, una tradizione moghul tra le più raffinate, alla cui progettazione l'imperatrice si dedicò con passione e talento. Ma il suo genio non si limitò alle attività artistiche o ricreative, come detto. NurJahan fondò anche le prime industrie tessili al mondo: già nel 1617 vi lavoravano 35.000 filatrici e 22.000 tessitori e merito personale della sovrana furono anche i disegni a piccoli fiori sparsi impressi sul cotone che vi venivano prodotti, destinati a diventare presto un costosissimo Must anche in Europa.

 

Fonte: I Moghul, imperatori dell'India, Hans-Georg Belur. Ed. Garzanti 1989

 

 

 
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