La Notte Vedica PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

Il periodo che intercorre all'incirca tra il 1800 e il 250 a.C. è stato denominato, a causa della scarsità o dell'opacità dei documenti pervenutici, la Notte Vedica.

Le città e i regniA partire dal 1800 fino al 250 a.C. cioè dall'esaurimento della Civiltà dell'Indo e della sua scrittura fino alla riapparizione di nuovi scritti su suolo indù - sui pilastri ed editti di Ashoka - si direbbe che l'India si sia astenuta volontariamente dalla cronologia e dalla storia. Non vi è infatti costanza di documenti scritti risalenti all'epoca e gli scarsi reperti archeologici causano non pochi problemi agli addetti, all'ora della loro classificazione e datazione.

Tuttavia, basandosi sulle deduzioni e le ricerche in campo archeologico, storico e filologico, ci si può avventurare nel tratteggio di un quadro sufficientemente indicativo dell'epoca. Gli archeologi parlano di una vera e propria rivoluzione urbana avvenuta nelle pianure del Nord, dove gli scavi hanno restituito le vestigia di importanti centri: all'Ovest Taxila, nei pressi dell'attuale Rawalpindi pakistana, poi Indraprashta, che corrisponde grosso modo alla zona di Delhi e la vicina Hastinapura e in India centrale Ujjain, ma è più all'Est, nella regione gangetica centrale, dove si concentrò il maggior numero di centri urbani: Shravasti, Kaushambi, Kashi - l'odierna Varanasi - e Rajagriha, nei pressi della moderna Patna, in Bihar. Lo sviluppo urbanistico è sempre dovuto ad un surplus di ricchezza e ad un'attività economica e commerciale complessa; sappiamo che in questi prosperi centri si sviluppò una classe di mercanti agiati sconosciuta alla civiltà vedica antica. L'uso delle monete era comune già nel VI° secolo e nei testi posteriori si fa menzione anche dell'antica esistenza di gilde commerciali. Le vie di comunicazione migliorarono in maniera spettacolare e sono provati i commerci con Babilonia, la Persia, Sri Lanka e con il Mediterraneo.

Il potere economico si concentrava nelle mani dei nobili Kshatriya e dei commercianti Vaisya, mentre l'ambito rituale, del sacro, dello studio e della giurisprudenza era territorio esclusivo dei sacerdoti, Brahmani. Tuttavia, in uno dei più antichi trattati brahmanici a proposito del dharma, cioè dei doveri e delle norme, il Gautama Dharma Sutra, si diffida delle città e si sottolinea che alcuni brahmani addirittura vietassero la recitazione dei Veda all'interno di esse; dal punto di vista brahmanico la zona più urbanizzata a Est venne infatti sempre considerata una periferia, mentre il centro ortodosso rimase per lungo tempo situato a Ovest, grosso modo nell'area dell'attuale Delhi che si apre verso il Punjab, zona denominata AryaVarta, che produce, cioè, gente nobile. E proprio nella zona considerata di frontiera, a Est, di fatto nasceranno poi i movimenti riformatori: Buddhismo e Jainismo.

Fu probabilmente tra il secolo VII e l'VIII a.C. che si formarono gli alfabeti Brahmi e Kharoshti, gli alfabeti indiani e sebbene le prime iscrizioni pervenuteci in cui sono utilizzati non siano anteriori a quelle di Ashoka, non c'è tuttavia dubbio che quando l'imperatore li impiegò questi erano già in uso da svariati secoli. Originati con ogni probalilità in ambito mercantile, la loro straordinaria precisione e l'adeguamento puntuale alla fonetica locale suggerisce che questi alfabeti fossero stati sviluppati nel frattempo da dotti sacerdoti e grammatici. 

Sebbene in questa fase l'economia rurale continuò a dominare la scena, lo sviluppo urbanistico, commerciale, economico, metallurgico e la conseguente nascita della classe mercantile modificarono profondamente la società tribale e nomade delle origini e con il surplus di ricchezza nacque anche la proprietà privata, apparentemente sconosciuta nella precedente epoca vedica; per la protezione di questa e della società organizzata in classi sociospirituali e caste, apparvero i primi Stati, sui quali regnarono i raja, i re. Fu in quest'epoca che si cominciarono a redigere trattati di politica, tra i quali il celebre ArthaShastra dell'astuto Kautilya è certamente il miglior esempio pervenutoci. Nonostante il fatto che il testo tramandato sia posteriore - I° sec d.C. - vi è infatti pieno accordo tra gli studiosi sul fatto che si tratti, nelle sue linee guida principali, di elaborazioni di testi molto più antichi.

Più che su di un territorio ben definito, il re indiano sembra aver governato su di un popolo: in tempo di pace, il suo compito principale era l'amministrazione della legge, coadiuvato in ciò da un ministro della Giustizia, mentre analoghe figure si incaricavano degli altri aspetti di governo. Tuttavia, l'autorità del re indiano veniva fondamentalmente legittimata dai suoi sudditi e dal suo seguire correttamente il dharma, la legge, in base a come questa veniva da essi percepita e accettata. Di fatto, questo significava lasciare la gestione del dharma nelle mani dei brahmani i quali, grazie all'insegnamento che proporzionavano alla società attraverso i Veda e la loro interpretazione, forgiavano il pensiero dei sudditi del regno. Da ciò derivano i riti di unzione e incoronazione coi quali i brahmani rinnovavano periodicamente e pubblicamente la legittimità del sovrano e le donazioni reali a sacerdoti e leader di movimenti religiosi elargite a cambio, e da ciò anche la figura del purohita, il cappellano di corte, diremmo noi, il guru reale che consiglia e indirizza il re su varie questioni di governo. Da quest'antica epoca emerge  così la tradizione indiana - a differenza di quella di altre civiltà contemporanee - di tenere separate l'autorità temporale e quella spirituale. Il modello indù fu infatti lungamente quello di un duo kshatrya-brahmana, dove il primo ha bisogno del secondo per venir legittimato e il secondo del primo per il suo sostegno materiale, mente il nuovo ordine statalista si sovrapponeva all'antico modello tribale codificandolo, con una soluzione che resiste fino al giorno d'oggi e che vede lo Stato indiano cercare di portare avanti un discorso di modernità in un contesto per molti versi sempre ancorato a quel passato.

 
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