La serena gavetta di Tyeb Mehta PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Arte e architettura
Venerdì 03 Luglio 2009 11:49

Dopo anni di gavetta, Tyeb Mehta, scomparso ieri a Mumbai a 84 anni dopo un attacco cardiaco, aveva venduto un suo quadro a una cifra record per un'opera d'arte indiana moderna solo nel 2002. 

 

Mahisasura, 1997Nato da famiglia parsi nel 1925 in Gujarat, Mehta intraprese studi artistici con lo scopo di diventare regista cinematografico. La sua carriera deviò invece verso la pittura ma, nonostante ciò, Mehta realizzò comunque un cortometraggio nel 1970, col collega e amico M.F. Husain, Koodal.  

L'autore delle opere d'arte più ambite d'India viveva in un piccolo appartamento, al 4° piano di una palazzina senza ascensore in un popoloso, anonimo quartiere della periferia di Mumbai. Nell'atrio un cartello avvisava che l'acqua sarebbe stata erogata a singhiozzo. Dalle imposte chiuse filtrava il trambusto della metropoli indiana, rendendo ancor più arduo per l'allora ottantenne artista, che aveva problemi di udito, intrattenere il visitatore. L'unico oggetto di lusso in vista nel soggiorno era un iPod immacolato, appoggiato su di una coppia di amplificatori. Eppure le quotazioni dei suoi dipinti avevano già superato quelle di ogni altro artista vivente indiano: nell'autunno 2005, il suo Mahisasura - una raffigurazione del 1997 del demone-bufalo della mitologia indù - venne battuto da Christie's a New York per 1,58 milioni di Dollari. Un dipinto indiano contemporaneo non aveva mai superato il milione, ma già a partire dal 2002, quando il trittico Celebration era stato venduto a 315.000 Dollari, le sue opere avevano cominciato a raggiungere quotazioni vertiginose.

 

La carriera di Mehta è stata specchio delle mutate fortune dell'arte indiana contemporanea nel corso degli ultimi sessant'anni, dal fervore intellettuale che ne caratterizzò gli esordi in coincidenza con l' indipendenza dell' India nel 1947, passando attraverso un lungo periodo di vicissitudini estetiche e finanziarie, fino all'inimmaginabile ascesa del mercato artistico indiano degli ultimi anni. Con il rapido sviluppo dell'economia indiana si sono infatti moltiplicate le gallerie d'arte, i prezzi sono generalmente lievitati e l'arte contemporanea è diventata il più recente status symbol tra i nuovi ricchi del Paese. Mehta sembrava guardare a tutto questo con un atteggiamento di divertito distacco. Definiva "insensato" l'aumento dei prezzi delle opere d'arte, ma era lieto di aver visto riconoscere il proprio talento. "E' bello che il successo arrivi quando si è ancora in vita", diceva. "Io ho 80 anni e l'Onnipotente può farmi fuori in ogni momento. Se c'è gente che ha i soldi per comprare i miei quadri, che li compri".

 


In realtà Mehta aveva tratto ben poco vantaggio finanziario dal boom dell'arte indiana. Le quotazioni delle sue opere erano salite a dismisura ma i suoi quadri erano passati di mano in mano, da quando li averva dipinti, e le vendite seguenti rientravano quindi nel mercato secondario. Avrebbe potuto mettersi a sfornare disegni e dipinti, per sfruttare il mercato, ma non lo fece. Mehta non fu mai eccessivamente prolifico e negli ultimi tempi produsse molto poco. 
I critici lo collocano infatti tra gli artisti indiani meno commerciali. Amava sottolineare che Vincent van Gogh era morto povero in canna. Tyeb Mehta era un uomo cordiale, dall'aspetto fragile, coi capelli grigi che gli sfioravano le spalle. Bisognava sforzarsi, per udire la sua voce flebile e il suo tono serio, pacato, meditato.

 

La sua opera affonda le radici emotive nella grave ferita che lacerò il suo Paese: la spartizione dell'India britannica nel 1947, che provocò un milione di morti, costrinse milioni di persone a lasciare le loro case e impresse nella sua mente un profondo senso di angoscia. Durante gli scontri tra indù e musulmani scoppiati intorno al 1947, Mehta vide i suoi vicini di casa massacrare un estraneo. In quel caso la vittima era un indù e gli aggressori musulmani, ma in altri quartieri accadeva l'inverso. Molti indiani coetanei di Mehta hanno gli stessi ricordi. "Quella violenza mi ha dato l'idea dell'emozione che volevo dipingere" spiega. "Mi si è impressa nella mente". Il toro divenne il suo soggetto preferito, non un toro a riposo, ma un animale legato, fremente, mutilato. " Cercavo un'immagine che non narrasse ma suggerisse qualcosa che avvertivo nel profondo, la violenza di cui sono stato testimone durante la spartizione", diceva Mehta. "Ha mai visto correre un toro? Quella tremenda energia massacrata per nulla..."

 


Alcuni soggetti sono stati delle costanti, nella sua opera: la figura umana che cade, il bufalo-demone della tradizione indù, il condutore di rickshaw e poi, alla fine degli anni '80, la dea. Nei suoi quadri la dea Kali è ranicchiata, con il ventre grasso, agita convulsamente le braccia, e la bocca è una sgargiante ferita rossa. Il critico d'arte Yashodara Dalmia attribuisce a Mehta il merito di aver dato modernità al mito. Lo definisce arcimodernista.

Era raro che Mehta parlasse della sua vita senza far riferimento alla moglie Sakina. Fu lei che infatti andò sin dall'inizio a lavorare per provvedere al menage familiare. Lui intanto leggeva e dipingeva a casa.  Vendette i suoi primi quadri dopo 12 anni di attività, ad una acquirente portatagli dal suo molto più intraprendente amico M.F. Husain: quattro tele per l'equivalente odierno di 25 Euro." Mi sembrò un ottimo guadagno" dice. " Si viveva con poco allora, con semplicità. Oggi la semplicità non esiste più  ".

 

 

Liberamente tratto e tradotto da The New York Times del 6.2.2006, di Somini Sengupta

 
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