L'India nella camera oscura PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Arte e architettura

La fotografia fece il suo ingresso nella società indiana quasi all'indomani dell'annuncio ufficiale della nascita del dagherròtipo, comunicato all'Accademia delle Scienze di Francia, a Parigi, nell'Agosto 1839.

di Giuseppe Flora
Dal catalogo della mostra L'Istante ritrovato. Luigi Primoli fotografo in India, 1905-1906 (Roma, 2004 )

Luigi Primoli, KashmirNon si sa con certezza chi in India abbia fatto il primo scatto, ma alcuni indizi lasciano supporre che sia stato Sir William Brooke O'Shaughnessy (1808-1889), professore di chimica e di filosofia naturale al Medical College di Calcutta. Già nell'autunno del 1839 egli aveva portato a termine con successo degli esperimenti d'impressione delle immagini su supporto in oro. Agli inizi del 1840 cominciò ad utilizzare la tecnica del dagherròtipo ed il 4 marzo di quell'anno presentò un buon numero di immagini all'Asiatic Society of Bengal di Calcutta, suscitando entusiasmo e ammirazione.

Non si conosce il nome del primo fotografo indiano, ma certamente i primi ad entrare in contatto con la tecnica fotografica furono i membri delle élites indigene di Bombay, Calcutta e Madras. Bravi fotografi furono uomini autorevoli ed intellettuali, quali lo studioso Bhau Dajee e suo fratello, il medico Narain Dajee, a Bombay, o come lo storico Rajendralal Mitra (1822-1891) a Calcutta, l'autore di Antiquities of Orissa. Furono principalmente gli indiani a trasferire la nuova tecnica dalle grandi metropoli coloniali della costa alle città dell'interno.

Nel 1852 Ganeshee Lal, un commerciante originario del Rajasthan, aprì il primo studio fotografico ad Agra, la città del Taj Mahal, uno dei monumenti più fotografati al mondo. Presto la nuova arte conquistò le famiglie nobili. Principi e notabili patrocinarono la protofotografia indigena e alcuni divennero provetti fotografi essi stessi: fu il caso, ad esempio, del Maharaja Ram Singh di Jaipur e di quello di Tripura. I fotografi indiani attivi nei principati indigeni predilessero come soggetto il ritratto e certo non a caso. Essi riproducevano nelle loro figure i canoni estetici della miniatura, arte cortese per eccellenza nell'epoca Mughal, cercando di ricalcarne non solo le concezioni e gli stili, ma anche gli effetti cromatici, mischiando alla gelatina-bromuro e all'albumina acquarelli opachi di terre, blu di lapislazzuli e oro a 22 carati.

Thomas Daniell, acquatinta colorata, 1803; mausoleo del Nawab Asaf Khan, Rajmahal, oggi scomparso.

Le prime Società Fotografiche indiane vennero costituite a Bombay (1854), Calcutta (1856) e Madras (1856). Si trattava di associazioni amatoriali e riflettevano il differente clima sociale delle tre Presidenze. A Calcutta, dove i rapporti razziali erano difficili, la vita della Photographic Society of Bengal fu profondamente segnata dalle tensioni del tempo. Rajendralal Mitra, che era stato tesoriere della società nel 1857, venne espulso per essersi pubblicamente schierato a favore dei braccianti durante la rivolta contadina contro i proprietari europei delle piantagioni di indaco. In breve, tutti i membri indiani della società fotografica si dimisero. A Bombay, invece, dove i rapporti tra bianchi e nativi funzionavano meglio, la società fotografica mantenne sempre la sua composizione multietnica.
Le società fotografiche indiane, nei loro bollettini, sottolinearono fin dagli esordi il carattere altamente fotogenico dell'India, con la consapevolezza che tale potenziale potesse suscitare grande interesse presso il pubblico europeo.

Così scriveva il Rev. Joseph Mullens nel Journal of the Photographic Society of Bengal del 21 Gennaio 1857:
"L'India presenta a noi un campo tanto eccelso quanto forse nessun singolo paese al mondo. Essa contiene un modello perfetto di tutte le varietà minute della Vita Orientale; dello Scenario Orientale, di nazioni e costumi orientali, ed è aperta a noi per esplorare queste peculiarità fino al massimo grado, dal momento che godiamo di una sicurezza perfettamente europea. Oggi in Europa c'è un interesse crescente e profondo per ogni cosa indiana..."

Felice Beato: Sikander Bagh, LucknowL'Ammutinamento (Mutiny), la grande insurrezione esplosa nel maggio 1857 nell'India del Nord, infliggerà un duro colpo a quel senso di "sicurezza perfettamente europea", ma non frenerà i progressi della fotografia. Al contrario, i luoghi della rivolta, santuario del sacrificio di uomini e donne inglesi (nonchè di centinaia di civili indiani) entrarono di diritto tanto nell'epopea imperiale, che nel repertorio fotografico del tempo. Proprio per documentare quegli eventi, all'indomani dell'insurrezione, il fotografo professionista veneziano Felice Beato (1825-1907) si recherà nel 1858 a Cawnpore, Lucknow e Delhi, dando così inizio al genere. Molte delle sue fotografie erano in realtà delle ricostruzioni con tanto di dettagli macabri, come quelle nel cortile del complesso di Sikandarbagh, a Lucknow, o nella caserma Sammy House di Delhi, dove, secondo la testimonianza di George Campbell, futuro Governatore del Bengala, Beato utilizzò per la sua scenografia i teschi e gli scheletri degli insorti raccolti in ossari comuni. Va però ricordato che allora la fotografia di guerra, resa popolare con gli eventi di Crimea del 1854/55, era costituita quasi unicamente da ricostruzioni: i tempi di esposizione erano troppo lunghi e non si conciliavano con la rapidità delle azioni belliche. Alcune immagini di Beato sono comunque una testimonianza diretta della cruda repressione della rivolta; in questo senso, la sua arte fotografica può dunque essere considerata un'altra fonte italiana del Mutiny, dopo quella di Ignazio Persico (1823-1895), vicario apostolico ad Agra nel 1857. Nel 1860 Beato partirà poi per la Cina al seguito di un contingente militare inglese impegnato nella seconda guerra dell'oppio, accreditandosi così come uno dei più importanti fotografi di guerra dell'Ottocento.

Samuel Bourne, paesaggio himalayanoIl richiamo dello scenario orientale attirò in India grandi professionisti, come l'ex-impiegato di banca Samuel Bourne (1834-1912). Con Bourne la fotografia aggiunse un importante tassello alla costruzione culturale dell'esotismo. Nei sette memorabili anni che trascorse in India, dal 1834 al 1870, Bourne organizzò tre spedizioni fotografiche nel Kashmir e nell'Himalaya, presentando per la prima volta al pubblico occidentale il panorama sconvolgente di immensi ghiacciai e maestose vette, corredato dalle sue note di viaggio. Bourne ha lasciato un segno indelebile nella storia della fotografia in India: la sua impresa commerciale, la Bourne & Shepherd, contava tre importanti studi fotografici a Shimla, Calcutta e Bombay. Lo studio di Calcutta, fondato nel 1867, esiste ancora oggi ed è uno dei più vecchi al mondo.

Lala Deen Dayal: ritratto di Sir Pratap Singh, Maharajah di Orchha

All'attività di fotografi professionisti o amatoriali, che aveva come fine la rappresentazione dell'India secondo canoni estetici già prefigurati, va sommata quella della fotografia ufficiale, i cui fini erano sostanzialmente la conoscenza e il controllo politico. Non a caso essa sviluppò due importanti filoni: la documentazione archeologico/artistica e quella etnografica. Gli anni'40 dell'Ottocento, quelli dell'espansione pioneristica della fotografia, coincisero con i primi tentativi sistematici da parte delle autorità inglesi di censire e documentare l'ingente patrimonio archeologico e storico artistico indiano. Tra il 1847, data di una lettera di istruzioni in materia inviata dal governo di Londra al Governatore Generale, ed il 1870, data di nascita dell'Archeological Survey of India, l'ente statale che ancora oggi svolge l'attività di tutela dei siti e dei beni culturali indiani, la fotografia sostituì completamente la rappresentazione grafica e pittorica dei monumenti, troppo lenta e onerosa, nella quale fino ad allora erano stati impiegati soprattutto artisti europei.

Federico Peliti, SadhusLa fotografia etnografica in India prese le mosse come uno sviluppo quasi naturale della volontà di raffigurare lo scenario orientale, costituito non solo da paesaggi e rovine, ma anche dalla gente e dai suoi costumi. Presto divenne un genere sponsorizzato dall'amministrazione coloniale, che da una migliore conoscenza delle razze, delle tribù e delle caste indiane, si riprometteva un'azione più efficace di governo. Monumento della fotografia etnografica in India sono gli otto volumi di The People of India. Il progetto fu ispirato dal Vicerè Lord Canning e prese forma sotto la dierzione di John Forbes Watson (1827-1892) grazie all'attività di fotografi professionisti, oltre che di quella amatoriale di ufficiali dell'esercito e di funzionari dell'Indian Civil Service, l'amministrazione burocratica coloniale.

MV Portman, bimbo delle Andamane

La fotografia etnografica svolse un ruolo prezioso di documentazione di un mondo che andava scomparendo. E' il caso delle immagini degli abitanti delle isole Andamane, ritratti da Maurice Vidal Portman (1860-1935) funzionario residente. L'approccio scientifico che il genere proponeva era condizionato dalle concezioni antropologiche del tempo. Le popolazioni aborigene che posavano davantiall'obiettivo venivano presentate per lo più in forme avulse dal loro contesto culturale, come incasellate in un ideale museo vittoriano. Tale stile documentario creò una serie di effetti collaterali: se da un lato la cultura osservante poteva guardare all'India, la perla dell'impero, come a un mosaico di razze e tipi umani, la cultura osservata in quel mosaico era destinata a confondersi. A questo proposito c'è un aneddoto interessante. Nel 1869 il giovane Sayyd Mahmud, figlio minore di Sayyd Ahmad Khan (1817-1898), maitre-à-penser del modernismo islamico indiano, aveva accompagnato il padre a Londra, un'esperienza emozionante per gli Indiani del tempo. L'emozione più grande, a quanto sembra, l'ebbe però nella biblioteca dell'India Office. Presi in mano i due primi volumi freschi di stampa di The People of India, per la prima volta vide le immagini di popolazioni descritte come indiane ma delle quali ignorava perfino l'esistenza.

La ricerca del pittoresco e dell'esotico ed il filone documentario costituirono la base concettuale prevalente della fotografia indiana del diciannovesimo secolo. Ad essa si uniformarono grandi talenti, tra i quali vogliamo ricordare Lala Deen Dayal (1844-1905), forse il più famoso fotografo indiano di tutti i tempi, e l'italiano Federico Peliti (1844- 1914), dilettante di genio, che aveva il suo studio fotografico a Calcutta. L'esistenza di canoni fotografici dominanti (e tendenzialmente uniformi) è stata collegata anche allo stato della tecnologia del tempo.

Fotografare allora era un affare complicato: le spedizioni Austin Cook, 1903; Durbar a Delhi, gran parata in onore dell'incoronazione di Edoardo VII Imperatore d'Indiapresupponevano un alto grado di organizzazione per portarsi dietro un equipaggiamento tecnico composto da macchine pesanti, negativi di vetro, prodotti chimici, tende per la camera oscura, oltre alle provviste e tutto il resto. In India, poi, il caldo proibitivo faceva spesso seccare le gelatine, guastando il lavoro paziente di ore. L'avvento dell'istantanea, arte della quale darà prova di maestria in India Luigi Primoli, modificherà non solo le tecniche, ma anche le concezioni. Non a caso, in genere, gli storici della fotografia indiana chiudono la fase pionieristica dell'Ottocento con le immagini del Durbar di Delhi del 1903, organizzato dal Vicerè Lord Curzon in onore dell'incoronazione di Edorado VII Imperatore d'India.

L'epoca che segue, porterà direttamente alla fotografia dei nostri giorni.

 
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