Il Tantrismo PDF Stampa E-mail
Le religioni e i riti - Le idee

Il piacere occupa, nella visione indiana, una posizione centrale e insostituibile proprio rispetto al fine più alto che l'essere umano può proporsi: la riunificazione con l'Assoluto, con Dio.


di Giuliano Boccali

Eppure non mancano, sempre in India, altre concezioni e prassi ancora più radicali: si allude all'immensa e in parte enigmatica nebulosa definita tantrismo, alla quale accenniamo volentieri, sia pure in spazio brevissimo, proprio per contribuire a sottrarla alle volgarizzazioni generiche, spesso euforiche e vacue che talora la circondano.


Per il tantrismo, infatti, questa  concezione che appartiene alla più diffusa ortodossia brahmanica non rappresenta affatto una valorizzazione adeguata del piacere, ma un modo di normalizzarlo, esorcizzando così per paura l'inconcepibile potenza della sessualità e della femminilità. In altre parole, realizzare il piacere solo in un periodo della vita, ampio ma definito, sottoporlo a condizioni socialmente codificate, considerarlo un gradino, sia pure insostituibile, per accedere alla mèta spirituale più alta sono modi per ridimensionarlo e in realtà per addomesticarlo, più in generale per stabilizzare il mondo e la vita, per sterilizzarli, mettendoli (se possibile) al riparo dalle energie più profonde e potenti che invece la sostanziano e che la possono, in definitiva, pienamente realizzare.

 


Il tantrismo, nelle declinazioni sia hindu sia buddhista (e più tardi sufi), esalta così il piacere sessuale - talora anche in forme trasgressive estreme - come uno fra i mezzi più adatti a dissolvere le barriere della conoscenza (cioè dell'ignoranza) comune, per entrare in consonanza "con livelli di energia sempre più alti" (R. Torella, grande studioso del tantrismo al quale si attinge anche per quanto segue) accedendo allo stato che si denomina "quarto" proprio per l'impossibilità di definirlo altrimenti attraverso concetti. Lo stato dell'essere che supera i tre comunemente sperimentati: veglia, sonno con sogni, sonno profondo senza sogni e dove si "entra in contatto con la purezza della Coscienza". Con uno scarto impensabile, ma non ignoto ad altre tradizioni iniziatiche, questa condizione non costituisce tuttavia il fine e lo stadio ultimo dove la manifestazione si annienta nell'unità indistinta dell'essere, ma dev'essere riversato nella vita di ogni giorno: "Nei tre dev'essere versato come olio di sesamo il quarto" (Vasugupta, Aforismi di Shiva, III, 20), per svelarne la natura autentica e trasfigurarla colmandola di senso in ogni suo aspetto.

 

Il piacere estetico


Il tantrismo - o meglio alcune correnti tantriche - considera l'esperienza del piacere sessuale capace di trasfigurare la realtà; più esattamente, di indurre uno stato dell'essere diverso dai consueti che, riversato nella vita corrente, permette di viverla in maniera inimmaginabilmente autentica e piena. Non sfugge allora l'analogia essenziale che lega questa esperienza all'esperienza del piacere estetico; essa risalta non solo tipologicamente, ma storicamente: non è infatti un caso che la più approfondita ricerca indiana in campo estetico sia stata compiuta nel Kashmir medievale, cioè nell'ambiente dove sono fiorite alcune delle principali correnti tantriche e talora sia stata sviluppata da parte degli stessi pensatori. Preparata da quasi un millennio di riflessione, essa approda con Abhinavagupta  (XI secolo d.C.) ai risultati più maturi, sorprendenti per penetrazione e attualità.


Il piacere suscitato dalla bellezza, infatti, non appartiene per Abhinavagupta all'immagine o al testo (l'India si è interessata soprattutto di estetica letteraria), ma appartiene al soggetto. Favorito, non causato dall'opera d'arte, è uno stato fuori dell'ordinario e prossimo a quello mistico, ossia, in termini indiani, alla liberazione: in esso i confini dell'esperienza comune sono temporaneamente sospesi, il tempo si ferma, lo spazio si annulla, la causalità, soprattutto, si dissolve. Scompaiono, in altre parole, le condizioni altrimenti ineludibili che rendono l'esperienza umana limitata e dolorosa, perché incarcerano nella concatenazione di fatti e aspetti oggettivi (oggi diremmo) sulla quale non appare possibile influire e dalla quale ci si sente inesorabilmente determinati.

 
Grazie al piacere della bellezza si accede invece a una condizione di contemplazione pura e di assoluta libertà chiamata in sanscrito rasa, letteralmente succo, poi per traslato gusto, essenza, essenza dei sentimenti e infine esperienza estetica. Questa condizione è l'unica capace di prefigurare lo stato di unità con il tutto promesso all'uomo al termine del suo itinerario di conoscenza, annullando la situazione di separatezza dagli altri, dal mondo, che è fra le cause fondamentali di sofferenza.

In termini indiani, dunque, l'esperienza estetica sospende la ruota dolorosa delle rinascite; in termini occidentali questo significa sospendere la ripetitività ossessionante e insensata del quotidiano, cancellare lo squallore angoscioso delle immagini che sembrano circondarci.
Per quanto transitoria - possiamo anche aggiungere - questa condizione è di conseguenza l'unica in grado di trasfigurare la vita: come afferma con semplicità all'apparenza ingenua, ma con evidenza assoluta l'anonima strofetta di un'antologia classica famosissima:

 "Gloria a Voce che, quasi / sorridesse sempre, deposta l'impronta / sul loto del volto del poeta / mostra un mondo diverso per davvero"

Voce, in sanscrito Vani, è uno dei nomi di Sarasvati, la dea della letteratura e della musica che, con la coerenza interiore caratteristica del mito, la civiltà indiana ha voluto sposa del Dio creatore Brahma. Anche sul piano estetico dunque, come su quello erotico, per l'India antica il piacere rinnova la creazione.

 

 
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