Dara Shikoh, l'India mancata PDF Stampa E-mail
Gli Indiani - Le grandi personalità

Il primogenito ed erede di Shah Jahan venne chiamato Dara Shikoh, la Gloria di Dario. Non riuscì a conquistare nè la gloria nè il trono ma, secoli dopo, il suo lascito significò molto per la cultura indiana nel mondo.

Dara ShikohOgni indiano che abbia tradotto almeno una volta un testo in inglese deve qualcosa a un principe moghul che giace oggi sepolto nella tomba di Humayun, a Delhi. L'anniversario della sua morte, che ricorre il 30 di Agosto, dovrebbe venir ricordato in India con rimpianto e gratitudine.

I fatti principali sono noti: nella lotta per la successione e dopo una serie di rovesci militari, il principe Dara Shikoh, figlio maschio primogenito dell'imperatore moghul Shah Jahan, venne definitivamente sconfitto dal fratello minore Aurangzeb e portato in catene a Delhi: il principe fu costretto ad attraversare la capitale su di un vecchio e sporco elefante, umiliato, esposto al pubblico ludibrio, processato e infine giustiziato. Il fatto importante oggi, non è che fosse avvenuta allora una lotta per il trono, cosa tutto sommato abbastanza usuale, ma che una delle accuse principali che il vittorioso Aurangzeb scagliò contro il leggittimo erede spodestato fu quella di essersi apertamente compromesso con la fede induista, attraverso la pubblicazione del suo testo Majma-‘ul-Bahrain, La congiunzione dei due oceani. Come già suo bisnonno Akbar, Dara cercò infatti di trovare punti di contatto e sintesi tra l'induismo e la fede islamica durante tutta la sua vita. Akbar il Grande era profondamente convinto del fatto che la nobiltà islamica avesse il dovere e la necessità di comprendere a fondo i propri sudditi indù e con quel fine aveva istituito, lui totalmente analfabeta fino alla morte, un'equipe di traduttori, affinchè venissero tradotti al Persiano il Ramayana, il Mahabaratha e molti altri testi induisti. Il principe Dara andò ben oltre.

Nacque da Shah Jahan e Mumtaz Mahal il 20 Marzo del 1615 e fu da subito il preferito dell'imperatore, il primo maschio dopo una lunga serie di figlie femmine. Il ragazzo, sotto la guida del tutore Mulla Abdul Latif Saharanpuri, crebbe manifestando sin dal principio particolarissimi talenti nello studio, nell'arte e una decisa propensione per il misticismo, qualità che lo misero immediatamente in luce tra i suoi pari, soprattutto per lo stile parco e morigerato di vita che conduceva, circondato com'era da una corte paradigmaticamente dedita all'eccesso, al vizio e al lusso. Dara, che un po' come il trisnonno Humayun trascorreva la maggior parte del suo tempo tra i volumi delle sue biblioteche, grazie alle sue propensioni mistiche entrò in contatto nel 1640 con Hazrat Mian Mir, un celebre saggio sufi di Lahore appartenente all'antico ordine Kadri, che da tempo andava predicando e aveva esortato i Moghul, tanto Shah Jahan quanto suo padre Jahangir, a mostrarsi tolleranti e benevolenti verso tutti i loro sudditi indiani. Quello stesso anno, Dara pubblicò il suo primo scritto, Sakinatul Auliya, una collezione di bozzetti biografici di alcuni santi sufi.

Ma il suo interesse per il misticismo strettamente sufi subì un cambio di rotta dopo aver incontrato Baba Lal Bairagi, uno gnostico indù. Dara, che riportò le sue conversazioni col sant'uomo nel breve scritto Mukalama Baba Lal wa Dara Shikoh, attraverso questi strinse in seguito amicizia con sikh, indù e cristiani: la sua personale ricerca lo condusse in un'avventura attraverso molti linguaggi spirituali e, con l'intenzione di trovarne uno mistico comune particolarmente tra Islam e Induismo, commissionò la traduzione di parecchie tra le principali Upanishad dal Sanscrito al Persiano, partecipando personalmente all'opera. Credeva nel lavoro accademico corale e i dotti dell'epoca, tanto indù quanto islamici, lavorarono allora insieme per suo volere. Il risultato venne intitolato Sirr-e-Akbar, Il Mistero più grande e, nella sua introduzione, Dara in persona indica apertamente che le opere alle quali ci si riferisce nel Corano come Il libro nascostoKitab al-maknun, sarebbero proprio le Upanishad indiane. Se il suo bigotto fratello Aurangzeb aveva bisogno di capi d'accusa contro di lui, fu certamente lo stesso Dara a fornirglieli su di un piatto d'argento.

Shah Jahan con Dara Shikoh bambinoAnche l'opera più famosa di Dara, il già citato Majma-‘ul-Bahrain, aveva come scopo la ricerca dei punti di contatto tra il Sufismo e il monoteismo mistico indù. Quando venne pubblicata, quell'opera segnò però la sua disgrazia: Aurangzeb utilizzò infatti le convinzioni dei gruppi religiosi ortodossi e le ambizioni di quelli politici per sollevare un polverone sotto il quale soffocare Dara, accusandolo di non essere adatto al governo dell'impero. Nel Giugno del 1659, ottene che il fratello maggiore venisse dichiarato eretico e condannato a morte, a causa del suo impegno nella traduzione dei testi sanscriti. Il principe era allora già prigioniero del futuro imperatore, dopo la sconfitta militare subita: come vennero avversati in Europa i traduttori della Bibbia in Tedesco e Inglese, così venne avversato il primo traduttore delle Upanishad in Hindustan. Il suo corpo decapitato venne sepolto senza cerimonie in un'anonima tomba, prima di venire poi traslato a quella di Humayun.

Centoquaranta anni dopo l'assassinio di Dara, nel 1801, le sue traduzioni delle Upanishad, rimaste neglette e dimenticate fino ad allora, vennero tradotte a un mix di Greco, Latino e Persiano dal viaggiatore e studioso francese Abraham-Hyacinthe Anquetil Du Perron. Fu proprio quella traduzione approssimativa - insieme ad un'altra dell'Avesta, che l'orientalista francese compose grazie all'aiuto di sacerdoti parsi - a catturare l'attenzione del filosofo Schopenhauer, il quale, solo nove anni più tardi, doveva scrivere queste parole: "Non esiste nel mondo intero uno studio tanto proficuo quanto quello delle Upanishad. Ha costituito il diletto della mia vita. Sarà la mia consolazione alla mia morte". L'improvvisa scoperta di quel vasto corpo di letteratura, redatto in una lingua sofisticata e avanzata, il Sanscrito, che era rimasto dimenticato e sconosciuto in Occidente durante tanti secoli, causò un brivido che percorse tutte le biblioteche e le università europee e gli studiosi di tutte le nazioni cominciarono a guardare all'India con occhi nuovi.

Il principe Dara Shikoh fu il primo a stabilire un contatto profondo tra due tradizioni molto differenti e ostili tra loro e furono i suoi ideali e il suo lavoro a lanciare, oltre un secolo dopo, il pensiero indiano nel mondo intero. I motivi che lo portarono a cercare di rompere le barriere tra le due fedi attraverso le traduzioni furono anche i motivi della sua rovina ma, alla fine, la traduzione delle sue traduzioni costituì la strada maestra per il contatto e poi il legame tra civilizzazioni apparentemente distanti, come quella europea e l'orientale. L'illustre storico indiano Sathyanath Iyer scrisse in proposito: "Dara Shikoh dev'essere annoverato tra i Grandi Ricercatori della Verità, ai quali dovrebbe sempre far ricorso il pensiero moderno". E molti sono coloro che ancora oggi si domandano quale sarebbe stato il destino dell'Hindustan e, in prospettiva, forse anche del mondo, se al posto del fanatico Aurangzeb, evento nel quale parecchi studiosi individuano il germe che doveva poi condurre fino alla Partition del 1947, fosse invece asceso al trono Moghul l'illuminato Dara Shikoh, come d'altronde in origine stabilito da Shah Jahan.

 

Muhammad Dara Sikoh
La congiunzione dei due oceani
Ed. Adelphi, 2011
pgg.169
Prezzo: € 14,00

 

Febbraio 2015:

Il trailer del dramma teatrale Dara, di Shahid Nadeem, nell'adattamento dall'Urdu presentato a Londra dal National Theatre

 

 
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