La resistenza Maratha PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

Col termine maratha, nel periodo fra X e XIV secolo, si designavano i residenti dell'odierno Maharashtra, cioè i madrelingua marathi. Col tempo il termine venne a indicare una classe locale dalle forti tradizioni marziali, la cui resistenza all'impero fu tra le cause principali della decadenza moghul.

Fra il XV e il XVII secolo, il termine maratha, che aveva precedentemente designato i residenti dell'area corrispondente grosso modo all'odierno Maharashtra, aveva assunto anche un secondo significato, venendo a designare una classe di persone formata da un'amalgama di famiglie provenienti da diverse caste esistenti all'epoca e che ancora esistono nell'area.

Ma ciò che caratterizzava i Maratha rispetto al resto del gruppo etnico di lingua marathi, erano le tradizioni marziali di cui i suoi membri erano fieri e il possesso di diritti al godimento ereditario dei proventi da terre esentasse. In pratica, quindi, i Maratha erano la classe guerriera del Deccan. Si trattava all'epoca di una classe ancora aperta - dove, cioè, come in genere nell'intera società dell'area, le regole dell'endogamia castale erano scarsamente rispettate - le cui fortune dipendevano dalle abilità guerriere dei suoi membri, da loro messe a disposizione delle monarchie della regione.

Solo nel corso dell'Ottocento, in quello che non fu solo il secolo del colonialismo e della modernizzazione ma anche quello della brahmanizzazione della società indiana, i Maratha, come del resto i Rajput, si trasformarono definitivamente da semplice classe in una vera e propria casta chiusa. Ma nel XVII secolo erano ancora una classe di guerrieri impegnati a costruire le proprie fortune ponendo le proprie spade al servizio delle monarchie islamiche della penisola, sempre in guerra fra loro e ormai anche alle prese con le ingerenze dei loro potenti vicini settentrionali, i Moghul. Fu allora che un giovane capitano di ventura Maratha, Shivaji, riprese con grande successo il tentativo - già perseguito senza esito da suo padre - di ritagliarsi un dominio indipendente, scontrandosi con l'imperatore Aurangzeb. Al momento della sua morte, avvenuta nel 1680, i domini personali di Shivaji proporzionavano alle forze Maratha un gettito fiscale pari a un quinto di quello prodotto dall'impero moghul e al momento della morte di Aurangzeb, nel 1707, la resistenza maratha ancora continuava.

I contemporanei e gli storici si sono spesso interrogati sulle cause della vittoriosa resistenza dei Maratha alla venticinquennale offensiva condotta contro di loro da Aurangzeb. Le spiegazioni date sono molteplici, ma esse sono sostanzialmente riconducibili a due categorie: una è di carattere militare e l'altra è di carattere sociale. Dal punto di vista militare, la strategia maratha si basò sulla guerriglia, ancorata a una numerosa serie di imprendibili fortezze. Mentre i Moghul logoravano le loro forze in un assedio dopo l'altro, le leggere truppe maratha facevano tutto ciò che si suppone debbano fare dei buoni guerriglieri, ritirandosi cioè regolarmente prima che il nemico potesse concentrare le proprie forze. Dal punto di vista sociale, invece, la spiegazione post-coloniale si riassume con la tesi che vede i Maratha come un intero popolo in armi, il quale, già nel periodo precedente all'invasione moghul, aveva attraversato una fase di rinascita religiosa e culturale caratterizzata dalla diffusione della moderna lingua marathi, che aveva veicolato nuove idee sociali e religiose presso tutte le classi sociali, sottolineando l'unità essenziale di tutti gli abitanti del Maharashtra e criticando l'ortodossia brahmanica e il sistema castale.

Ma per quanto queste spiegazioni - più complementari che alternative fra loro - abbiano molto di vero, esse non sono di per sè sufficienti a giustificare il successo della resistenza Maratha. Anche i clan Rajput godevano di una forte coesione sociale, di un territorio difficile e densamente fortificato, ma col tempo avevano potuto essere integrati nell'impero moghul, tanto che lo stesso Aurangzeb li avrebbe utilizzati in posizioni di grande responsabilità. Rimane dunque da spiegare perchè non sia stato possibile compiere un'analoga operazione coi Maratha. E il motivo si può forse intuire leggendo uno dei due testamenti lasciati da Aurangzeb alla sua morte: a fronte di una serie di raccomandazioni e di acute annotazioni redatte dall'imperatore a proposito dei principali gruppi etnici che formavano la nobiltà indiana, i Maratha non vengono nemmeno menzionati. Nonostante la distribuzione su larga scala di cariche e rendite ai capi clan che passavano alle fila imperiali, secondo il sistema delle mansab, questi non vennero infatti mai trattati come gli altri mansabdar, perchè le mansab a loro distribuite venivano considerate semplicemente tangenti per corromperli e non titoli volti a renderli membri alla pari col resto della nobiltà moghul.

In sostanza, la tradizionale politica di conciliazione dei Moghul fu attuata da Aurangzeb poco e a malincuore e dunque in modo del tutto insufficiente e inefficace. La rigidità politica e religiosa dell'imperatore fu ciò che rese impossibile una reale integrazione dei Maratha nell'impero moghul. E fu il suo orgoglio personale a spingerlo a ricercare a ogni costo una vittoria totale contro di essi, senza mai trattare, nonostante le varie possibilità offerte, senza interrompere unilateralmente l'offensiva affidando la sicurezza dell'impero ad una adeguata rete di fortezze e a colonne mobili in esse basate. Quest'ultima scelta venne effettivamente fatta alla morte di Aurangzeb, ma solo dopo che ormai erano state sprecate risorse enormi in uomini e mezzi durante circa un quarto di secolo. Mentre il Deccan veniva sistematicamente devastato dalla guerra e dalla peste - che si sviluppò sulla scia delle continue operazioni militari - l'intero sistema imperiale incominciò a funzionare con sempre maggiore difficoltà fino a sgretolarsi.

 

Fonte: Storia dell'India , Michelguglielmo Torri, Ed. Laterza

 

 
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