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Gli Indiani - Caste, tribù e minoranze
Mercoledì 21 Agosto 2013 10:13

A dispetto di quanto diffuso negli ultimi decenni per sfatare il cosiddetto Mito degli Aryas, i più recenti ed esaustivi studi genetici confermano quanto linguisti, antropologi e storici avevano già dedotto da secoli: l'avvenuta migrazione di popolazioni di origine centroasiatica nel subcontinente indiano attorno al II millennio a.C.

Mappa geneticaA giudicare da quanto sostenuto in decine di ponderose pubblicazioni e prestigiosi siti indiani, nessuna migrazione/invasione dei bellicosi popoli poi definiti indoeuropei sarebbe mai avvenuta nel subcontinente indiano, nessuna popolazione dravidica precedentemente insediatavisi sarebbe mai stata sospinta da questi verso il Sud e, conseguentemente, nessun conflitto avrebbe posto fine alla Civiltà Vallinda, così come nessuno scontro socio-culturale tra popolazioni chiare e scure, e tra culti e riti in principio assai distanti, si sarebbe mai verificato durante il periodo generalmente indicato dagli studiosi come Notte Vedica, per l'assenza di reperti archeologici e documenti certi che lo riguardano.

Nessuna assimilazione della cultura locale da parte di popoli nomadi provenienti dall'Asia centrale e viceversa, dunque, nè imposizione graduale del sistema castale degli Aryas su Dravida e Adivasi, ai fini di preservare l'integrità razziale degli originari clan centroasiatici attraverso un sistema estesosi col tempo a tutto il territorio e a quasi tutti i gruppi sociali: solo rami distinti di uno stesso albero del tutto autoctono, cresciuto e sviluppatosi esclusivamente in terra indiana nei millenni, certamente secondo caratteristiche differenti, stigmatizzate però dagli invasori europei come etnico-linguistiche al solo fine di dividere e meglio dominare il subcontinente indiano e di giustificarne allo stesso tempo l'inaudita ricchezza e originalità culturali, per colmo anche appropriandosene moralmente in parte, attraverso l'attestazione di fantomatiche comuni origini centroasiatiche delle civiltà indiana e occidentale.

Dall'Himalaya a Kanyakumari, dal Sindh alla giungla birmana, secondo teorie ormai ampiamente diffuse e accettate, secondo la Destra nazionalista induista un solo popolo straordinariamente variegato avrebbe dunque abitato il subcontinente indiano sin dalla notte dei tempi, convenientemente ordinato nella sua varietà ancestrale da leggi divine e immutabili, e solo in seguito invaso a più riprese da mlecchas, barbari di varia origine - da quella mongola a quella britannica, passando naturalmente da quella turco-persiana sfociata nell'incresciosa dominazione islamica dei Moghul - e che nel corso dei secoli hanno tanto insistentemente quanto inutilmente cercato di alterarne i plurimillenari e naturali equilibri sociali.

Queste, molto grossolanamente, le teorie in origine scaturite col nobile fine di esaltare l'unità del popolo indiano a partire dall'avvento dei più che legittimi e necessari movimenti nazionalisti-indipendentisti in reazione al colonialismo europeo, ma attraverso le quali si tende oggi a rivendicare piuttosto il diritto alla supremazia hindu sulle consistenti minoranze che da millenni rendono l'India terra multietnica, multiculturale e multireligiosa per eccellenza anche nell'ambito dell'Induismo stesso, corredandole a volte da un anacronistico rifiuto per ogni influenza occidentale passata, presente e futura - dalla diffusione dell'Inglese, al riscatto dalla condizione femminile tradizionale - perpetuando però così a livello popolare anche la legittimità naturale delle discriminazioni castali e razziali, di fatto vanamente incostituzionali da oltre 60 anni.

Ma l'analisi sistematica dei risultati di uno studio condotto nel 2009 a scopo medico da un'equipe formata dai ricercatori del Centre for Cellular and Molecular Biology di Hyderabad e da quelli americani della Harvard Medical School, della Harvard School of Public Health e del Broad Institute of Harvard and MIT, indica oggi con certezza non solo l'effettiva riconducibilità della maggioranza della popolazione indiana proprio a due gruppi umani geneticamente divergenti, indicati uno come Indiani Ancestrali del Nord (IAN), omogeneno e strettamente relazionato con le popolazioni centroasiatiche, mediorientali, caucasiche ed europee, e l'altro come Indiani Ancestrali del Sud (IAS) geneticamente isolato da altri gruppi al di fuori del subcontinente e molto variegato al suo interno, ma ha permesso anche di tracciare l'evoluzione delle relazioni intercorse tra questi nei millenni passati, confermando sostanzialmente le teorie consolidatesi nell'Ottocento e che, pur nella relativa incertezza delle datazioni, avevano correttamente individuato nelle migrazioni degli Aryas la chiave di volta di una consistente parte tanto della storia indiana quanto di quella occidentale e i tratti comuni riscontrabili in entrambe.

La mappatura genetica dell'attuale popolazione indiana svelerebbe infatti che, da questo punto di vista, la storia del subcontinente può essere divisa grosso modo in tre parti: la prima, risalente a circa 4200 anni fa, epoca fino alla quale tra IAN e IAS non si evidenzia alcuno scambio genetico; la seconda, che vede da quel momento in poi il flusso genico IAN diffondersi su tutto il territorio indiano, con percentuali d'incidenza decisamente maggiori tra le caste tradizionalmente alte e i madrelingua di idiomi d'origine indoeuropea, e la terza, a partire da circa 1900 anni fa a oggi, quando probabilmente l'imporsi dei matrimoni endogami portò il panorama genetico indiano a congelarsi, confermando che il sistema castale, derivato dalla precedente organizzazione tribale, si cristallizzò in epoca relativamente recente e che le rigide leggi atte a regolarlo furono definitivamente codificate apparentemente proprio allo scopo di impedire l'ulteriore diffondersi del meticciato tra clan, e allo stesso tempo di consolidare la struttura gerarchica della società indiana, comune peraltro a tutte le popolazioni proto-indoeuropee (sacerdoti-guerrieri-allevatori/agricoltori-servi) forse minata nel subcontinente indiano dal diffondersi di Buddhismo e Jainismo. 

La distribuzione geografica riscontrata nell'attuale patrimonio genetico indiano confermerebbe poi anche la provenienza nordoccidentale degli IAN a fronte della riduzione al solo Meridione della prevalenza genetica IAS, oltre a fotografare l'incidenza nel Nord-Est delle popolazioni di origine tibeto-birmane e sudest-asiatiche e soprattutto l'isolamento genetico delle popolazioni autoctone delle isole Andamane, le sole a non presentare nel proprio DNA traccia alcuna di scambi genetici con gli IAN e dunque teoricamente uniche leggittime rappresentanti dei più antichi colonizzatori conosciuti del subcontinente indiano.   

 

 
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