L'apogeo del Deccan PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Arte e architettura

Tra il XVI e il XVIII secolo, i Sultanati del Deccan brillarono per opulenza e raffinatezza grazie alle ricchezze proporzionate loro da leggendarie miniere, alto artigianato e commerci internazionali, ma anche per la diffusa multiculturalità che li caratterizzò e che ne influenzò fortemente le espressioni artistiche.

Ibrahim II Adil Shah di BijapurNel XIV secolo, il predominio del regno degli Hoysala sull'India centromeridionale lasciò il posto a quello del sultanato Bahmani, derivato dalla precedente disgregazione del Sultanato di Delhi. A partire dalla fine del XV secolo, contemporaneamente all'ascesa nel Meridione del regno induista di Vijayanagara, anche il Sultanato Bahmani finì a sua volta per frammentarsi, dando origine ai regni di Ahmednagar, Berar, BidarBijapur e Golconda, a cavallo degli odierni Maharashtra, Telangana e Karnataka, globalmente indicati come i Sultanati del Deccan. Verso la fine del XVII secolo, anche i cinque sultanati dovevano però cadere uno dopo l'altro, travolti prima dalle mutue rivalità che portarono sostanzialmente Bijapur e Golconda a ripartirsi l'area e poi dalla conquista Moghul, 1686-87, ma solo per venire in seguito sostituiti dal dominio degli Asaf Jahi, un'altra dinastia di etnia turca fondata da Qamaruddin Khan Siddiqi, vicerè moghul, Nizam-ul-Mulk, della regione. Dopo la morte di Aurangzeb, anche il Nizam Qamaruddin Khan si rese infatti indipendente, fondando il regno di Hyderabad col nome di Asaf Jah I, la cui opulenta corte era destinata a dominare il grosso della regione fino all'intervento armato del 1948, col quale l'India fresca d'indipendenza ne ottenne l'annessione definitiva.

Contemporaneamente all'avvento dei Sultanati nel Deccan, era accaduto che Vasco de Gama avesse raggiunto le coste del Malabar circumnavigando per la prima volta l'Africa, aggirando i territori del dilagante impero Ottomano e le molte incognite rappresentate dalla tradizionale ma lunghissima via di terra e aprendo così alle potenze europee una porta alternativa alle spezie e alle altre leggendarie ricchezze delle Indie. Si trattò tuttavia in principio di una porta attraversata prevalentemente da privati cittadini e che condusse alle principali e più prossime corti dell'Hindustan - gli Zamorin di Calicut, Vijayanagar, i Sultanati del Deccan e i Moghul - mercanti, avventurieri, rinnegati, fuggiaschi, artisti, medici e mistici, giunti in India alla spicciolata da ogni angolo del vecchio continente, mentre i rappresentanti ufficiali della corona portoghese erano impegnati prima a strappare ai mercanti arabi già residenti il monopolio sui commerci locali e poi direttamente quello sui porti della costa ai regnanti indiani.

Ma, a differenza delle più chiuse e selettive corti hindu della costa del Malabar e di Vijayanagar, nel Deccan regnavano sovrani di varia ascendenza turco-persiana, che pur essendosi nel frattempo abbondantemente indianizzati, assieme alle spesso solide e continue relazioni coi potentati musulmani d'oltreIndo, avevano mantenuto anche la naturale propensione al multiculturalismo proprio delle loro terre d'origine, lungo la Via della Seta, per millenni tra i più straordinari e ininterrotti crocevia culturali, religiosi e commerciali della storia del mondo. Molti dei primi Europei vennero così accolti benevolmente nei Sultanati, spesso indianizzandosi rapidamente a loro volta e mescolandosi senza troppi problemi al crogiuolo di etnie e fedi diverse che già li popolavano. Col tempo, alcuni di loro contribuirono anche allo sviluppo delle prolifiche e originali scuole locali in ambito letterario, musicale, artistico e artigianale, già autonomamente sbocciate grazie all'avvenuta fusione di quelle dei regnanti con quelle della popolazione autoctona sin dall'epoca Bahmani, ma il cui brillante apogeo viene spesso oscurato dalla contemporanea e comprensibilmente ben più nota grandeur moghul.

Trambusto nel Bazar, Bijapur: un 'Hookha-Bar' gestito da due dame e la folla di clienti di ogni etnia che si accalca per provare la novitàIl Secolo d'Oro del Deccan potrebbe forse essere riassunto tratteggiando semplicemente la figura di Ibrahim Adil Shah II di Bijapur (1556 - 1627), sultano poeta, filosofo e musicista di notevole sensibilità, ma limitare alla sua sola biografia ciò che in realtà fu il risultato di un processo largamente diffuso nella regione sarebbe riduttivo. La lunga e dolce linea costiera che incornicia a Ovest l'altopiano del Deccan, unita alla prevedibile regolarità del soffio dei Monsoni sul Mar Arabico, avevano infatti già favorito per altra via e sin dai tempi più antichi i commerci locali con l'Occidente, dove le spezie, i tessuti e le allora ricche miniere d'oro, di ferro e soprattutto di diamanti dell'India centromeridionale - le uniche allora note al mondo - godevano di abbondante e stabile mercato, favorendo da secoli anche lo sbarco e l'insediamento di piccole comunità estere. Contemporaneamente, l'artigianato deccani si era da sempre mostrato disponibile ad accogliere le innovazioni e gli adattamenti suggeriti dai mercanti stranieri, che a loro volta all'occasione introducevano nella regione nuovi prodotti provenienti dal resto del mondo.

Fu proprio ai Sultani del Deccan che i Portoghesi presentarono per esempio per la prima volta il tabacco appena scoperto nelle Indie Occidentalie si dice che fosse stato poi un hakim di Bijapur a ideare la hookah per fumarlo, la pipa ad acqua che tanta fortuna doveva avere in tutto il mondo musulmano e che nel Deccan venne prodotta nei primi, splendidi esemplari Bidri, secondo l'arte dei celebri mastri ferrai di Bidar. Diffusione ben più incisiva doveva però avere a cambio in Europa il cotone indiano stampato a blocchi, il Chintz - da Chhint, decorato a moduli ripetuti - prodotto in origine nel Coromandel (la costa orientale del Meridione indiano) in colori così brillanti e resistenti e con motivi talmente accattivanti da spingere Francia e Gran Bretagna a vietarne l'importazione nel XVIII secolo, nel tentativo di arginare il deficit commerciale che la loro massiccia richiesta stava provocando alle loro economie, e a suggerire poi ai Britannici di rimpiazzarne direttamente la produzione in serie grazie all'avvento del telaio meccanico, alla coltivazione intensiva e all'esportazione del cotone indiano nel Regno Unito.

Farrukh-BegMa finchè durò, quello dei Sultanati del Deccan fu un mondo dove molti tra gli Ebrei espulsi dalla Penisola Iberica avevano trovato sereno rifugio, dove gli Armeni commerciavano proficuamente coi Cinesi, i Turchi stringevano accordi coi Portoghesi, gli Abissini giunti schiavi si affrancavano e diventavano governatori e generali - come nel caso di Malik 'Ambar di Ahmednagar - i mercanti gujarati commissionavano preziosi arazzi devozionali per i loro templi mentre quelli musulmani patrocinavano traduzioni al Persiano dei principali testi induisti e dove la cavalleria maratha presidiava i confini orientali per conto dei Sultani, che i Brahmani locali assessoravano in qualità di ambasciatori, consiglieri e ministri. E' in questo contesto che emerge dunque la figura di Ibrahim Adil Shah II di Bijapur, campione di sincretismo e curiosità intellettuale tanto quanto il suo celeberrimo contemporaneo e consuocero moghul, Akbar il Grande, al cui terzo figlio, Daniyal Mirza, fu infatti data in moglie in segno di non belligeranza una figlia di Ibrahim II, Sultana Begum, accompagnata per l'occasione anche da un celebre elefante da guerra delle sue scuderie, Chanchal, di cui l'imperatore si era incapricciato.

Alla corte di Bijapur, al sultano che non aveva esistato a farsi ritrarre con un mala di rudraksha al collo, al posto delle consuete ghirlande di perle, e con in mano dei sonagli lignei, oltre al fazzoletto simbolo di comando, ci si riferiva eloquentemente col doppio titolo hindu-musulmano di Jagadguru Badashah. Raffinato musicista e letterato, a lui è attribuito un celebre canzoniere ispirato ai nove Rasa, o sentimenti, che tradizionalmente connotano i Raga nella musica classica indiana, il Kitab-i-Nauras, composto da 59 canzoni e 17 poemi in lingua locale Dakhni - la più accreditata forma di protoUrdu - nel quale Ibrahim II esordisce definendosi Figlio di Ganesh, per poi invocare il Profeta Maometto e la Dea Saraswati, patrona di musica e conoscenza, oltre a un noto mistico sufi vissuto nella regione, Gesu Daraz, ancora oggi riverito con fervore. Anche i contributi dei Sultani del Deccan all'evoluzione musicale locale furono infatti notevoli, tanto in qualità di patrocinatori dell'arte quanto in quella di artisti, come fu il caso anche del contemporaneo Mohammed Quli Qutub Shah di Golconda, le cui elaborate composizioni vengono eseguite ancora oggi.

Pem Nem, Mah Ji in fiamme a HoliFu sempre a Bijapur che il già celebrato miniaturista moghul Farrukh Husayn, o Farrukh Beg - Baburnama e Akbarnama - diede origine a uno stile pittorico unico e molto più personale del precedente, nel quale fuse il consolidato manierismo persiano con i nuovi approcci allo spazio pittorico suggeriti dal rinascimento europeo, la tradizione estetica centroasiatica con l'esuberanza decorativa locale e l'iconografia induista coi sentimenti del Sufismo. E fu ancora quella stessa corte a produrre alcune delle più originali opere letterarie dell'epoca di tradizione Sufi, come il Gulshan-i-Ishq, Giardino Fiorito dell'Amore, o soprattutto come il Pem Nem, o Prem Niyam, Le Leggi dell'Amore, altra opera allegorica di tradizione sufi composta in Dakhni nel 1591 da Hasan Manjha Khalji con lo pseudonimo di Hans. L'originalità di quest'opera risiede non solo nel fatto che la narrazione si svolga in un contesto evidentemente induizzato, ma anche nelle 34 straordinarie miniature che la illustrano, colme di deliziosi e altamente immaginifici dettagli che le rendono particolarmente vivide e leggibili: come per esempio le fiamme della passione per l'amato Shah Ji che letteralmente incendiano il corpo della malinconica protagonista Mah ji durante i festeggiamenti di Holi, mentre una compagna le versa addosso l'acqua colorata tipica della festa, o il visetto di Mah Ji che spunta regolarmente dal cuore, e quindi dallo scollo della veste di Shah Ji, a illustrare come il pensiero dell'amata non lo abbandonasse mai, o ancora il fiume di lacrime che sgorga copioso dai suoi occhi nel timore di averla persa per sempre.

Oltre ad anticipare già quello che si evolverà nell'ultramondano stile pittorico del Deccan, pregno di simbolismi, immaginifiche metafore e a volte misteriosi balzi nelle proporzioni, la cui fiabesca visione si manifestò ugualmente nell'arte della calligrafia, negli alti artigianati e nell'architettura, le miniature del Pem Nem aprono anche una magnifica finestra sulla raffinata vita di corte di Bijapur e particolarmente su quella delle sue dame, con ogni probabilità le principali destinatarie del manoscritto, a giudicare non solo dall'immediatezza delle illustrazioni, ma anche dal fatto che la maggioranza delle stesse sia dedicata tanto al mondo femminile quanto all'happy ending della vicenda narrata: il festoso matrimonio tra i due innamorati, dettagliatamente raffigurato in molte delle sue fasi tradizionali.    

 

 

12 Aprile 2015:

Sultans of Deccan, 1500–1700: Opulence and Fantasy

Dal 20 Aprile al 26 Luglio 2015
The Metropolitan Museum of Art
1000 Fifth Avenue
New York
USA

Per approfondire:

Anteprima del catalogo della mostra, in Inglese.

 

 
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