I manoscritti dell'Assam PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Arte e architettura

La produzione di manoscritti illustrati nell'Assam è documentabile a partire dal VII secolo d.C. ma si tratta con ogni probabilità di una tradizione e di una scuola molto più antiche che si sono tramandate fino al secolo scorso.

 

Quando Alessandro Magno raggiunse il Punjab, i Greci scoprirono la tradizione indiana che permetteva di produrre manoscritti utilizzando la corteccia interna degli alberi e il tessuto di cotone battuto come supporti.

E' probabile che venissero allora a conoscenza anche della produzione di Sanchipat - manoscritti - il cui supporto era costituito dalla corteccia interna dell'albero dell' Aloe ( Aloe Barberae, in lingua locale Sanchi, appunto ) utilizzata dopo un lungo e complicato processo di preparazione, secondo una tradizione unica dell'odierno Stato dell' Assam, nell'India Nord-orientale. 

Nello Harshacharita di Bana, la biografia del re Harsha che dominava le piane gangetiche, scritta in sanscrito nel VII secolo d.C. dal suo poeta di corte Bana, si fa menzione di un omaggio inviato dal re Bhaskarvarma, a sua volta sovrano del Kamrupa, corrispondente all'odierno Assam, costituito da" Volumi in bella calligrafia, composti da fogli di corteccia di Aloe e pigmento ottenuto da cocomeri maturi". 

Bana racconta che il dono comprendeva anche una coppia di tavolozze lignee, sulle quali erano appesi contenitori colorati ottenuti da zucchette e pennelli.

 

L'albero dell'Aloe è ancora largamente diffuso in Assam e l'olio ottenuto dalle sue fibre, chiamato localmente Agaru, viene regolarmente esportato in Asia occidentale. Ma la ricca tradizione che vedeva la sua corteccia interna utilizzata come supporto per scrivere si è persa. Sir Edward Gait, Governatore Luogotenente del Bihar-Orissa tra il 1915 e il 1920 ed eminente storico, nella sua opera A History of Assam ne descrive accuratamente il procedimento di preparazione:

" Viene selezionato un albero di  15 -16 anni, la cui circonferenza raggiunga i 30 - 50 pollici a circa 4 piedi dal suolo. Da questo viene rimossa la corteccia in strisce lunghe tra i 6 e i 18 piedi e larghe dai 3 ai 27 pollici. Le strisce di corteccia vengono arrotolate singolarmente, con la parte bianca all'interno, e lasciate asciugare al sole per giorni; poi vengono strofinate su superfici dure, in maniera da rimuovere il grosso della parte esterna, ruvida e irregolare.  Il materiale viene poi esposto alla rugiada per una notte; alla mattina seguente la parte esterna,  chiamata "nikari", della corteccia è accuratamente e del tutto rimossa e il materiale risultante viene tagliato in pezzi. Questi vengono poi immersi in acqua fredda per un'ora circa finchè si liberano gli alcali e in seguito le superfici vengono piallate a lama, esposte al sole ripetutamente e strofinate con pezzi di terracotta bruciata. Vengono poi ulteriormente strofinate con una pasta ottenuta dal Matimah, o  Phaseolus radiatus,  seccate e rese giallastre grazie all'uso dell'arsenico giallo e da seguenti esposizioni al sole alternate a strofinamenti che le rendono infine lisce come marmo. Il processo è così completato e le cortecce pronte per l' uso"

 

Recenti e approfonditi studi compiuti su una collezione di 34 manoscritti assamesi risalenti ai secoli XVII-XVIII, hanno messo in luce alcuni fatti interessanti, come le similitudini riscontrabili nella struttura delle loro particolarissime illustrazioni con  quella di alcuni esemplari del XV e XVI secolo, eseguiti a Varanasi, secondo la tradizione dell'India occidentale, dunque. Ma secondo lo studioso Samiran Boruah, curatore dell' Assam State Museum di Guwahati, che ha eseguito l'analisi dei manoscritti, l'astrazione pittorica riscontrabile in quelle opere è da ricondursi a tradizioni precedenti all'influenza persiana nell'India Nord-occidentale, e sostiene che si tratti di peculiarità proprie della scuola assamese. 

 
A sostegno della sua tesi, Boruah cita l'esempio del manoscritto Anadi Patan, testo filosofico che offre abbondanti illustrazioni: " E' un esemplare praticamente unico, nel senso che nessuna altra opera in India presenta delle visualizzazioni pittoriche così astratte, se si eccettua il manoscritto jainista Trailokya Dipika, col quale condivide alcune remote connessioni: entrambi i manoscritti trattano infatti il tema della cosmologia ma, nel Trailokya Dipika, le illustrazioni sono costituite da disegni geometrici che mancano di qualunque qualità organica o visuale. Al contrario, le illustrazioni dell'Anadi Patan sono piuttosto organiche ed offrono una notevolissima ricchezza pittorica che le rende fruibili a prescindere dal contesto e dal loro significato. "

 

I due manoscritti furono composti in aree geografiche molto distanti tra loro e tuttavia trattano temi analoghi e presentano entrambi illustrazioni astratte: il fatto che non esistano esemplari simili nella vasta area che separa i luoghi d'origine dei due manufatti, fa indirettamente supporre che una tradizione comune molto più antica sia stata probabilmente spazzata via dalla turbolenta storia dell'India centro-settentrionale e che sia sopravvissuta solo alle estremità dell'area. Lo studio sistematico degli esemplari assamesi del XVII secolo, ha fornito i dati necessari per stabilire le caratteristiche principali di questa antica scuola di illustrazione.

La composizione generale consiste in un'ampia area centrale colorata in rosso sulla quale le figure vengono delineate, presenta una sottile bordura in verde o blu che la circonda e una bordura superiore che forma una serie di nicchie ornamentali rivolte verso la zona centrale. Non si osservano tentativi per differenziare i vari piani della rappresentazione.
Sebbene il rosso sia il colore di sfondo prevalentemente utilizzato, esistono anche rari esempi di sfondi gialli, rosa o blu.
Le figure maschili e femminili sono di tipo convenzionale e, tranne nel caso della rappresentazione di Brahma, vengono dipinte di profilo. L'abbigliamento maschile consiste in un dothi e in una sciarpa che pende libera dal collo sulle spalle. Quello femminile è definito da una lunga gonna, mekhala, e una sciarpa annodata intorno alla vita e al petto, e che risale fino a coprire i capelli raccolti, formando una specie di acconciatura a globo. Gli uomini indossano una sorta di tiara a 3/4 punte o un tipo di turbante
Il paesaggio è presentato in maniera convenzionale e l'acqua viene raffigurata sempre per mezzo di griglie a quadrati e rettangoli, mentre le montagne come cataste di corpi convessi variopinti. La rappresentazione di animali è sia naturalistica che convenzionale. Gli elementi architettonici sono trattati semplicemente: sezioni verticali di casa tipica assamese con tetti e colonne. Spesso, al posto di queste, per riassumere il concetto si dipinge solo la porta della casa. In qualche raro caso, basta anche una singola colonna. Un'altra caratteristica particolare della scuola assamese è la rappresentazione indipendente dei paesaggi.
 

"Nel XVIII secolo, i manoscritti assamesi cominciarono a presentare uno stile nel quale gli elementi caratteristici delle opere locali del secolo precedente e quelli della scuola Rajput-Moghul si erano ormai fusi per convergere in un unico stile. 
Le sfumature del linguaggio Rajput-Moghul vennero tradotte dal loro tradizionale formato verticale a quello orizzontale, caratteristico e sempre mantenuto nell'Assam, dove però contemporaneamente il verde e il blu cominciarono a soppiantare il classico rosso negli sfondi e molti altri colori, fino ad allora sconosciuti dalla tavolozza assamese, fecero la loro comparsa
" continua Boruah. Il miglior esempio di questo periodo, è il manoscritto Brihad Usha Harana, nel quale è presente anche la rara immagine di una figura, in questo caso una delle protagoniste del testo, Chitralekha, ritratta mentre è a sua volta occupata a dipingere ritratti. La consuetudine assamese di dividere la composizione in un'area centrale con bordure appare qui ormai quasi del tutto abbandonata, mentre si notano chiari tentativi di differenziare ora i piani narrativi, pur mancando ancora e decisamente la profondità riscontrabile nel linguaggio Rajput-Moghul puro. L'eleganza e la cura della calligrafia rimasero invece invariate, secondo l'antica tradizione che portò l'assamese a differenziare gli scritti in 4 diversi stili calligrafici: Gargaiyan, Bamunia, Lahkari e Kaitheli. Nel resto del subcontinente indiano, invece, la calligrafia venne presa in seria considerazione artistica solo a partire dal XVIII secolo, grazie all'influenza della corte Moghul.

L' alfabeto assamese odierno è una variante del Nagari orientale, appartenente alla famiglia Brahmi.

 

 
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