Ajanta PDF Stampa E-mail
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Scavate sulla costa di una formazione vulcanica a ferro di cavallo, queste grotte sepolte nella giungla vennero scoperte da ufficiali inglesi durante una battuta di caccia alla tigre nel 1819.

Le grotte e gli affreschi di Ajanta, nel Maharashtra, hanno ormai raggiunto a buon diritto, insieme a quelli di Ellora, una notorietà che va oltre l'ambiente ristretto degli specialisti: lungo i fianchi di una valle scoscesa a Nord di Aurangabad, una comunità di monaci buddhisti cominciò a scavare Chaitya, sacrari, e complessi monastici fin dal II secolo a.C. La grotta N° 10 è certamente la più antica di Ayanta e la prima scoperta dagli ufficiali inglesi; le pitture che in essa sopravvivono - in via di restauro - sarebbero fra i più preziosi resti conservati in India, se solo le loro condizioni non fossero state gravemente compromesse da maldestri interventi operati tra il XIX e il XX secolo, che finirono per renderne arduo ogni tentativo di lettura. Tuttavia la documentazione che Ajanta ci offre nelle altre grotte di periodo più tardo - tra il IV e il VII secolo d.C. - è tale da consolarci della perdita delle opere più antiche, in attesa degli esiti del loro eventuale recupero.

Le pitture murali di Ajanta rivestono un eccezionale interesse anche per quanto concerne la tecnica con cui furono eseguite. Non si tratta di veri affreschi ma di lavori condotti con una tecnica paragonabile alla nostra tempera e al fresco secco - contrapposto al fresco buono nella trattatistica rinascimentale - in cui il disegno ha un'importanza preminente nella definizione dei volumi; tuttavia ombreggiature e un vero e proprio digradare di toni sono usati con perizia. Le composizioni sono complesse e a volte macchinose ma sempre accortamente controllate, mai casuali; tutta la superficie disponibile è occupata dalla pittura, pochissimi sono gli spazi lasciati liberi tra figura e figura.

"In questo ammasso di personaggi e di dettagli - scrive Jeannine Auboyer - lo spettatore a fatica distingue, a prima vista, una linea conduttrice. L'occhio si abitua però a discernere a poco a poco dei gruppi. Guidato dall'uno all'altro da gesti e da piani di profondità appena percettibili, finisce per saperli isolare e passare dall'uno all'altro senza difficoltà. Un atteggiamento, l'orientamento di un gesto la flessione di una figura sbilanciata, la direzione di un viso rivolto verso l'esterno della scena, tutto ciò riconnette questi personaggi da un lato all'azione del gruppo cui appartengono, dall'altro al gruppo contiguo."

Anche all'interno dei singoli gruppi di figure possiamo riconoscere schemi compositivi rigorosi pur nell'apparente libertà di movimento, un continuo convergere verso un centro ideale, una preoccupazione di ritmato equilibrio che vuol suggerire l'armonia di una società in cui ogni attività, ogni gesto, ogni desiderio appagato hanno la loro collocazione precisa in una visione del mondo senza turbamenti.

Sono scene religiose, del Buddhismo Mahayana, scene simili nei contenuti a quelle che con altro spirito si incontrano a Sanchi; ma qui tutto è trasferito in un ambiente aulico, dove i Bodhisattva non sono più il pensoso Siddharta del Gandhara, ma giovani raffinati che la bellezza delle forme sembra far più inclini alle arti del Kamasutra che alle riflessioni sul dolore degli esseri viventi. Ma è proprio in questo la novità dell'arte dell'India classica, in questo equilibrio delle tre componenti dell'attività dell'uomo, Dharma, Artha e Kama: la legge morale, la ricerca della ricchezza e/o del potere, il piacere dei sensi. Tutto ciò è codificato, secondo il gusto della letteratura indiana del tempo, ma grande libertà è lasciata all'individuo, al suo desiderio di ricercare una propria via pur entro i confini non valicabili delle Scritture.

Non fa meraviglia che questa società cittadina di privilegiati trovi la sua espressione più piena nella pittura, che gode di un prestigio sociale maggiore della scultura, nè può sorprendere che opere di così profana bellezza adornino le pareti di ambienti religiosi: è l'alleanza tra la classe dei ricchi mercanti , particolarmente forte nelle regioni occidentali dell'India con la comunità buddhista e con la corte. Una corte che poteva ben proclamare la sua ortodossia brahmanica ma che certamente non lesinava il suo appoggio a quel samgha, l'ordine monastico, che era ancora l'espressione della classe egemone.

 

 

 

Novembre 2014:

Dopo oltre un decennio di delicatissimi interventi, gli affreschi delle grotte 9 e 10 sono stati riportati alla luce, potendo così offrire per la prima volta al pubblico, dopo quasi un secolo di oblio, tutta la loro sublime eleganza. 

 
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