Bijapur PDF Stampa E-mail
Gli Stati, le citta' e le mete - Sud

Posta quasi al confine settentrionale del Karnataka col Maharashtra, Bijapur fu fondata da un ramo tardo della dinastia Chalukya, che governò l'area tra il X e l'XI secolo; passata sotto il dominio dei sultani Bahmani e poi degli Adil Shai, si trasformò in una capitale dall'aria prettamente islamica ma di cultura straordinariamente cosmopolita e per questo chiamata l'Agra del Deccan.

Gol GumbazIl nome originario di Bijapur, nell'odierno Karnataka, era Vijayapura, città della vittoria, fondata alla fine del X secolo da Tailapa II, che dopo la sua ribellione ai dominanti Rashtrakuta si era riallacciato all'eredità della vecchia dinastia Chalukya di Badami rivendicandone la discendenza. La città passò poi alla fine del XIII secolo sotto il dominio del Sultanato di Delhi, che la dovette cedere poi a quello dei Bahmani, i quali dalle loro capitali - Daulatabad, Gulbarga e infine Bidar - la affidarono stabilmente alla gestione di governatori, fino a che alla fine del XV secolo l'ultimo di essi, Yusuf Adil Shah, dichiarò la propria indipendenza fondando una nuova dinastia, gli Adil Shahi, appunto, che successivamente si espansero su tutto il territorio del Deccan fino al 1686, quando il sultanato fu sconfitto e annesso da Aurangzeb all'impero Moghul.

Yusuf Adil Shah era stato uno straniero, a seconda delle cronache giunto nel Deccan dalla Georgia come schiavo, oppure come principe fuggiasco dall'impero ottomano o ancora dalla Persia, figlio perduto di un piccolo sultano turcomanno. Il suo nome originario fu probabilmente Abul Muzaffar Yusuf Adil Khan Sawai, ma qualunque fosse stata la sua vera storia, una volta giunto in India visse certamente come un uomo coltissimo di ascendenza turca, fede sciita e forte predisposizione al cosmopolitismo naturalmente forgiatosi nei secoli lungo le principali città carovaniere dell'Asia centrale. Come governatore prima e come sultano poi, sposata una nobildonna maratha, Yusuf Adil Shah si distinse infatti non solo per le notevoli abilità militari, diplomatiche e amministrative, ma anche per tolleranza religiosa e mecenatismo culturale, ponendo così a Bijapur, sin dal principio, le basi per un sultanato emblematico, che godrà del suo massimo splendore nel secolo seguente, durante il regno del suo quinto sovrano, Ibrahim Adil Shah II.      

Jama majid, Bijapur

Ma in realtà, nel tempo, tutti e nove i sultani Adil Shahi fecero la loro parte per dotare Bijapur di edifici notevoli e tra i più significativi dello stile del Deccan, e che ancora caratterizzano fortemente l'immagine di quella che oggi è una città di provincia, circondata da mura e in moderna espansione, ma che un tempo fu una vivacissima e altamente raffinata capitale, abitata o regolarmente frequentata da artisti e notabili, sapienti e mercanti, religiosi e avventurieri provenienti da tutto il vecchio mondo. Le antichissime relazioni commerciali internazionali, favorite dall'accessibilità della costa meridionale indiana e dalla ricercatezza delle manifatture e dei beni che vi si potevano acquisire, unite all'ampia tolleranza religiosa esercitata dal sultanato e alla benevolenza con cui vi si accoglievano senza pregiudizi stranieri e novità, fecero di fatto del Sultanato di Bijapur uno dei regni più illuminati della storia indiana.      

Oltre 50 le moschee oggi presenti in città e una ventina i mausolei di varia importanza e stato di conservazione che vi si possono ancora ammirare. All'interno della possente cinta muraria esterna, lunga 10 km e punteggiata di bastioni armati da numerosi antichi cannoni, sorge la moschea principale, Jama Masjid, una delle più belle del Deccan, estremamente sobria, con una grande e morbida cupola a cipolla, una corte porticata ed un magnifico Mihrab decorato all'interno; fu costruita da Ali Adil Shah I nella seconda metà del XVI secolo e in seguito ampliata dall'imperatore Aurangzeb, che vi fece aggiungere un'entrata trionfale. Nel centro della città, la cittadella fortificata conserva all'interno delle sue mura diversi edifici ancora intatti, come il Jala Manjil, padiglione dell'acqua, ariosa torretta su 5 piani in stile induista disegnata da Ibrahim II per refrigerarsi nell'ambito del Sat Manjil, residenza del sultano originariamente su 7 piani dagli interni riccamente decorati; e ancora il grazioso Mehtar Mahal, o il Gagan Mahal, l'equivalente del posteriore Palazzo dei venti di Jaipur, coi suoi balconi schermati per le dame, che potevano così seguire non viste gli avvenimenti di corte. L'Asar Mahal, costruito in riva a un bacino artificiale nella seconda metà del XVII secolo, ebbe funzioni di tribunale, oltre ad ospitare secondo la tradizione le reliquie costituite da alcuni peli della barba del Profeta. 

 Bara Kaman

Ma l'edificio più celebre della città è certamente il massiccio Gol Gumbaz, il mausoleo ove riposano Mohammad Ali Shah, sua moglie, sua figlia e la danzatrice favorita di corte. Si trova proprio in fronte alla stazione ferroviaria, all'interno delle mura cittadine, e presenta la seconda cupola più grande al mondo costruita senza pilastri di sostegno, ma attorniata da quattro imponenti torri-minareto ottagonali a 7 piani: l'effetto di insieme, per quanto imponente, risulta tuttavia un po' pesante e sgraziato. In compenso, si dice sia straordinaria l'acustica sperimentabile nella galleria dei sospiri che circonda internamente la cupola, alla quale si accede risalendo le anguste scalinate interne ai minareti.

Fortemente suggestiva è anche la serie di archi incompiuti del Bara Kaman, che avrebbero dovuto costituire la base di un mausoleo a 12 navate, nei desideri del commitente Ali Adil Shah II, il quale si dice desiderasse veder cadere l'ombra dell'ultimo piano della sua opera sulla cupola del Gol Gumbaz. Poi però il principe morì, forse assassinato, e il grandioso mausoleo, dove venne comunque inumato, non fu mai più completato.

 ibrahim rauzaAll'esterno delle mura occidentali si trova invece l'elegantissima Ibrahim Rauza, del XVII secolo, progettata da Ibrahim Adil Shah II in una sorta di stile ottomano indianizzato per la moglie, che tuttavia gli sopravvisse e che dunque a sua volta destinò il mausoleo proprio alle spoglie mortali del suo ideatore e marito. Gli snelli minareti e i pannelli decorativi, scolpiti con fiori di loto, ruote del dharma, disegni a croce ed elaborate iscrizioni islamiche, rappresentano non solo una delle più probabili fonti d'ispirazione per il complesso del Taj Mahal (assieme al mausoleo di Hoshang Shah di Mandu) ma anche uno dei principali monumenti al sincretismo religioso che caratterizzò il regno di Ibrahim II. Il mausoleo è costruito su di un'unica piattaforma di roccia e vi si accede attraversando un maestoso portale affiancato da torri-minareto ottagonali, che recano sulla loro cima le cupole a bulbo caratteristiche dello stile cittadino.

Sulla Sherza Burj, la porta del leone, piattaforma costruita appositamente lungo i bastioni esterni della città, troneggia ancora il Malik-e-Maidan, Signore della pianura: si tratta di un enorme cannone - 4 m di lunghezza per 1,5 m di diametro e dal peso di circa 55 tonnellate - la cui bocca riproduce le fauci spalancate di un leone, qui trasportato da Ahmednagar nel XVI secolo con un convoglio di 400 buoi, 10 elefanti e centinaia di uomini per celebrare la definitiva vittoria di Bijapur sul regno di Vijayanagar nella battaglia di Talikota, 1565, al quale la potenza di fuoco del cannone aveva fortemente contribuito, aprendo le porte del dominio sul Deccan al glorioso sultanato di Bijapur, che doveva però presto soccombere all'offensiva congiunta, ma rivale, di Maratha e Moghul.

 
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