Shah Jahan, il grande pavone PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Cenni di Storia

Aveva già 35 anni il principe Khurram, quando ascese al trono moghul col nome di Shah Jahan, re dell'universo, succedendo alla fine del 1627 al padre Jahangir, e durante il suo regno fece di tutto per dimostrare l'oggettività del titolo acquisito.

ShahjahanProbabilmente fu proprio l'ossessione per l'architettura e per la grandeur, unita a svariati fallimenti militari, a portare l'impero moghul verso la crisi finanziaria sotto il regno di Shah Jahan, il re dell'universo. Seguendo la medesima politica espansionistica nei confronti del Deccan che aveva caratterizzato anche l'impegno bellico del nonno Akbar, Shah Jahan si concentrò sulla riduzione dei potenti sultananti indipendenti dell'India centro-meridionale e a Nord-Ovest sulla riconquista delle terre d'origine della sua stirpe; sfortunatamente, dopo la sottomissione degli Adil Shah di Bijapur del 1636 e una temporanea conquista di Golconda, le sue campagne diedero risultati quasi invariabilmente negativi a Nord, tanto contro gli Uzbechi di Balk quanto contro i Safavidi di Kandahar.

Il suo destino non era quello di tramandare un'eredità fatta da confini e possedimenti, ma quello di lasciare all'India e al mondo alcuni tra i più splendidi edifici della storia: dal Taj Mahal di Agra alla cittadella di Delhi. Durante i primi anni del suo regno, l'imperatore aveva infatti privilegiato Agra rispetto a Delhi come luogo di residenza e qui, sotto il suo governo, il Forte venne ampliato e rinnovato con 3 corti principali: il Diwan-i Khass wa 'Am, sala delle udienze pubbliche e private nei pressi dell'entrata principale, il Machhi Bhavan, area destinata al tesoro e alle udienze private e l'Anguri Bagh, una zona di residenza privata, entrambe site sulle rive del fiume.

I mastodontici palazzi di Akbar, giudicati troppo modesti, vennero abbattuti e sostituiti con gli incantevoli padiglioni marmorei. Tra i luoghi più straordinari del Forte di Agra e dell'India intera vi è la Moti Masjid, moschea della perla, in candido marmo, costruita sulla montagna di macerie dovute alle demolizioni e accumulate al centro del forte. Ma è proprio in parte con quel marmo che Shah Jahan demolì invece l'economia dell'impero. Proveniva dall'HinduKush sud-occidentale ed era nota per essere la pietra marmorea più bella del mondo, quasi priva di venature, bianca con tendenza al giallino, brillante e trasparente come l'alabastro. La cava e il trasporto della stessa costituirono un vero salasso per l'imperatore che ne volle essere circondato: venne usato al posto dei mattoni e per pavimenti, pareti, grate alle finestre, porte, fontane, panchine, balaustre, recinzioni, giardiniere, terrazze e finestre, in lastre così sottili da sembrare vetro smerigliato. Il vero vetro allora non era utilizzato, ma furono i mercanti portoghesi a fornirlo, insieme a tonnellate di specchi, per gli edifici meno importanti.

Nel 1638 l'imperatore si trasferì a Delhi, dove fondò Shahjahanabad, per commemorare il decimo anniversario della sua ascesa al trono, la cui pianificazione e costruzione avvenne tra il 1639 e il 1648. La nuova città fortificata comprendeva ampli viali, mercati, canali, giardini, zone residenziali e moschee, oltre al palazzo-fortezza noto come Forte Rosso, Lal Qala, per l'uso predominante nelle sue fortificazioni dell'arenaria rossa.

I cronisti della corte dell'epoca naturalmente parlano di un regno mai così prospero e di un imperatore giusto e generoso, amante del suo popolo, del bello e della musica ed effettivamente, oltre alle indiscutibili meraviglie architettoniche, fu nella sua corte che la musica classica hindustani acquisì la sua grammatica definitiva. Oltre 2000 musicisti, provenienti da ogni parte dell'Asia, erano ospitati regolarmente a corte e molti artisti furono nominati allora col titolo nobiliare di Khan; altri, accanto a questo, anche con quello più professionale di Ustad. La maggior parte dei musicisti che oggi si chiamano Khan sono diretti successori dei membri dell'imperiale orchestra di Shah Jahan.

Ma, più obiettivamente, va osservato che Shah Jahan era sempre mosso principalmente dal bisogno morboso di dimostrare al mondo chi fosse il più grande, più che dall'amore per il bello. E ci riuscì, tanto che la leggenda lo avvolse già da vivo, soprattutto in Europa. Il suo nome percorse tutti i Paesi come un brivido che incuteva timore e rispetto, citato come esempio di ricchezza inimmaginabile e persino le sue fattezze furono note. Troviamo il suo nobile profilo in ben 14 disegni di Rembrandt, mentre quasi 200 miniature lo ritraggono nel celebre Salone del Milione nel castello Schonbrunn di Vienna. D'altronde, era questo il suo scopo: appena insiediato, agli atelier di corte - decuplicati allo scopo - vennero commissionati ritratti suoi in serie coi quali tappezzare il mondo; ritratti di propaganda, che divennero in pratica l'unico soggetto richiesto agli artisti, infliggendo così un colpo mortale alla tradizionale qualità della miniatura moghul.

Per le stesse ragioni seguì le orme del padre anche nel collezionismo di gioielli e pietre preziose. Riacquistò, a un modico prezzo, pari al carico d'oro di venti elefanti, il diamante Koh-i-noor dallo shah di Persia e, incastonandolo con altri 2320 dimanti di contorno, lo depose sulla tomba del nonno Akbar. Offrì alla tomba del Profeta Maometto, a Medina, un candeliere d'oro massiccio alto 3 metri, ricoperto da 12mila diamanti, altrettanti smeraldi e 7mila rubini. E per se stesso fece realizzare un trono consono: il trono del pavone. Si trattava di un enorme sofà, con una seduta di 2 m. per 1,50, naturalmente d'oro massiccio e ricoperta di diamanti, sostenuta da 12 colonne alte 60 cm. interamente piastrellate a smeraldi. Altre 4 colonne alte 2 m, decorate con diamanti e smeraldi, sorreggevano un baldacchino indiamantato e su di esso i famosi pavoni con la ruota di smeraldi, zaffiri e diamanti. Fra loro un vaso da fiori, dal quale si innalzava un albero di perle, rubini, smeraldi e di ogni altra pietra preziosa conosciuta. Non doveva essere comodissimo e l'imperatore lo fece dunque corredare con soffici cuscini, la cui morbidezza però fu certamente attenuata dai 18mila tra rubini e perle coi quali vennero ricamati.

Rembrandt, ShahJahan e Dara Shikoh

Morta per l'ennesimo parto Mumtaz, l'amatissima favorita ispiratrice del Taj Mahal ma non l'unico amore, dato che il sovrano aveva altre 72 mogli, almeno 8 delle quali gli diedero figli, Shah Jahan si indurì, pur non rinunciando agli eccessi del lusso che caratterizzarono il suo regno. Si rifugiò nell'architettura e nella religione ortodossa e, pur essendo figlio e nipote di principesse indù, si schierò dalla parte degli intolleranti, accettando nel suo harem solo dame musulmane ed ordinando la distruzione dei templi indù sorti nell'ultimo secolo. Prese sul serio le 5 preghiere quotidiane e volle velare di sacralità persino i suoi vizi: sulle coppe del vino e le pipe dell'oppio venne inciso, intarsiato o dipinto, il nome di Allah. E poi lasciò l'impero nelle mani dei suoi funzionari. La fine della Guerra dei 30 anni, che aveva procurato una devastazione senza fine in Europa ma all'impero Moghul immensi guadagni, fu un colpo durissimo per le casse statali, mentre i principi reali, alla notizia di una grave malattia che aveva colpito il sovrano, cominciarono a scontrarsi per succedergli. Dopo lotte sanguinose e battaglie feroci, fu il terzogenito Aurangzeb a prevalere sugli altri; e in particolare sull'illuminato, coltissimo primogenito e favorito dell'anziano sovrano, Dara Shikoh, che venne giustiziato nel 1659.

Shah Jahan trascorse i suoi 8 ultimi amarissimi anni prigioniero del Forte di Agra e il mondo non seppe più nemmeno se era ancora vivo o meno: il pavone, il suo animale preferito e da sempre sacro simbolo indiano di perfetta bellezza, diventò simbolo di effimera vanità e il termine Moghul si tradusse da allora con spreco folle. Ci volle parecchio tempo perchè la sua architettura di propaganda e la leggenda del suo amore per Mumtaz abbellissero una realtà che le cronache dei viaggiatori occidentali dell'epoca descrissero come orribile, al di fuori della sua splendida corte: tra il 1630 e il 1632, per esempio, l'Hindustan - in particolare il Deccan - soffrì una delle più catastrofiche carestie della sua storia, durante la quale oltre 2 milioni di persone persero la vita e il cannibalismo divenne pratica palese.

 

 
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