MF Husain, Picasso d'India PDF Stampa E-mail
L'Arte, la storia e la cultura - Arte e architettura
Giovedì 09 Giugno 2011 01:00

Maqbool Fida Husain, considerato il Picasso d'India, é mancato il 9 Giugno 2011 a Londra, dopo essere stato costretto sin dal 2006 a una sorta di esilio volontario, a causa degli attacchi subiti dalle sue opere e dalla sua persona per mano dei fondamentalisti, principalmente induisti.

MF HusainNato in Maharashtra il 17 Settembre del 1915, Maqbool Fida Husain, conosciuto familiarmente come MF Husain, è stato il più celebre e più quotato pittore indiano del XX secolo. La rivista Forbes lo definì nel 2006 il Picasso d'India (MF Husain condivise col grande maestro andaluso la partecipazione d'onore alla Biennale di Sao Paulo, Brasile, nel 1971) dopo che le quotazioni delle sue opere avevano sorpassato a Londra i 2 milioni di Dollari. Malato di cuore, autodidatta, scalzo quando possibile e spesso magnificamente abbigliato con completi vintage di Hermès, Husain non ha mai avuto un atelier fisso nè si é mai avvalso di mercanti d'arte o intermediari: faceva tutto da sè, dove e come gli veniva più comodo. Celebri le suites d'hotel interamente ridotte a tavolozza dopo un suo soggiorno, e famosa la sua capacità di mercanteggiare autonomamente il miglior prezzo per una sua tela. La sua enorme produzione - anche 100 pezzi in un anno - unita alla sua propensione per l'autopromozione, hanno fatto sì che MF Husain fondasse nel tempo e a sue spese ben 4 musei in India per contenere le sue opere.

Uno dei tratti caratteristici e maggiormente controversi dell'artista, fu che le sue produzioni fossero prevalentemente ispirate da tematiche induiste, se si escludono quelle degli Anni '90 dedicate alla sua musa dell'epoca, l'attrice bollywoodiana Madhuri Dixit, e in quest'ambito la sua particolare attrazione per le divinità induiste femminili.

Ma in realtà il fatto non avrebbe dovuto sorprendere né scandalizzare nessuno: rimasto orfano di madre nella primissima infanzia, da un lato MF Husain aveva trasferito su quelle divine e onnipotenti figure l'eterna ricerca e la mitizzazione personale destinate alla defunta genitrice, e dall'altro, pur essendo uno dei più celebri Musulmani d'India, si era sempre dichiaratamente sentito libero di trovare ispirazione per le sue immagini e i suoi simboli nell'eterogeneità culturale e folklorica della sua terra natale, e particolarmente nel monumento letterario induista per eccellenza, il Mahabaratha, che però interpretava come un'epica principalmente guerresca e laica. Nelle opere di MF Husain, i miti induisti ed epici non fanno altro che reiterare dunque l'identità indiana dell'artista, percepita durante tutta la sua vita come prevalente su quella religiosa, secondo il modello di Unità nella Diversità sognato d'altronde per l'India indipendente da Gandhi e Nehru. 

Mahabaratha, 1990, dettaglio

Affascinato sin da bambino dalle geometrie della calligrafia islamica kufica e divenuto versatissimo nella sua arte, MF Husain si era affacciato al panorama artistico indiano a partire dalla fine degli Anni 40, quando, dopo essere giunto dalla provincia a Mumbai nel 1937 in cerca di fortuna e aver lungamente sbarcato il lunario dipingendo cartelloni pubblicitari per la fiorente industria cinematografica bollywoodiana, si era unito al Progressive Artists' Group, fondato da Francis Newton Souza e S. H. Raza, ai quali si dovevano presto aggiungere anche S. K. Bakre, Akbar Padamsee e Tyeb MehtaTra il 1947 e il 1956, il gruppo modernista si propose di contrastare in chiave avanguardista il revival nazionalista promosso dalla Scuola Artistica del Bengala, Bengal School of Art, fiorita durante il Raj britannico al principio del XX secolo. A sua volta, la Scuola del Bengala si era opposta agli intenti manieristici della Scuola di Calcutta, che all'epoca incoraggiava gli studenti a produrre minature in stile moghul - considerate la quintessenza dell'espressione indiana - in contrasto con il materialismo allora in auge in Occidente.

Nell'ultimo ventennio, i rampanti guardiani dell'ortodossia induista avevano però preso a confutare sempre più spesso il diritto di MF Husain di attingere liberamente al patrimonio iconografico e immaginario offerto dalla religione, attaccando così regolarmente le sue mostre, a volte vandalizzandone direttamente anche le opere esposte, considerate blasfeme e irrispettose a causa delle rappresentazioni di divinità femminili nude frequentemente contenute in esse e persino ponendo alla fine una taglia sulla sua testa. Il mondo artistico e intellettuale, tanto indiano quanto internazionale, dovette spendersi spesso a suo favore attraverso petizioni e prese di posizione pubbliche: in una delle ultime, circolate poco prima che l'artista decidesse di rinunciare definitivamente alla cittadinanza indiana, si leggeva: "La vita e le opere di MF Husain sono state e sono una fondamentale allegoria dei cambiamenti che la vita indiana sta attraversando e una grande sfida per una nazione che si dichiara moderna e laica. Il tributo offerto da Husain alla civiltà indiana, con la rilettura del suo passato epico e l'immaginazione del suo futuro, l'hanno inequivocabilmente arricchita in maniera straordinaria".

La Corte Suprema indiana, dal canto suo, ha sempre respinto tutti i tentativi delle organizzazioni fondamentaliste induiste di incriminarlo legalmente, per quelli che venivano considerati, a seconda della accusa di turno, attentati ai sentimenti degli Hindu, attentato alla concordia fra comunità, o direttamente oscenità. Da tempo MF Husain viveva in esilio volontario tra Dubai e Londra, dopo che anche la sua casa di Mumbai era stata attaccata e vandalizzata dagli estremisti. L'ultima sentenza della Corte Suprema che lo riguardava, aveva archiviato l'ennesima richiesta di incriminazione con questo pronunciamento: "Non si ravvede nell'opera di MF Husain nulla che non sia presente, visibile e venerato da secoli in moltissimi e importanti templi induisti."

L'opera di MF Husain non si è limitata alla pittura e ad installazioni e performance di varia natura e derivazione: nel 1967 vinse un Orso d'Oro a Berlino col docufilm Through the Eyes of a Painter, tornando poi alla cinematografia solo nel 2000, con Gaja Gamini; ma quando nel 2004 firmò anche Meenaxi: A Tale of Three Cities, il film venne ritirato dalle sale indiane in tutta fretta, questa volta a seguito delle proteste del Concilio islamico, All-India Ulema Council, che accusò la produzione di blasfemia a causa del testo di una delle canzoni della sua colonna sonora, composta peraltro dal futuro premio Oscar A.R. Rahman

Stanco delle continue minacce e vessazioni subite dai fondamentalisti di ogni credo, dopo quattro anni di esilio volontario nel 2010 MF Husain restituì definitivamente il passaporto indiano per acquisire la nazionalità del Qatar e poi spegnersi oggi a Londra, senza aver mai più rimesso piede in quella patria natale che tanto immaginificamente e generosamente aveva narrato durante tutta la sua lunga vita.

 

 

 
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